pussy@dada.it



I

Le rincorse nei prati,
quell'acchiapparci
per finire lottando fra l'erba
... era un gioco.
Era un gioco
il mio corpo sul tuo
a trattenerti vinta per terra,
posarti la testa sul seno
aspettando che il respiro
tornasse leggero
... era un gioco.
Era un gioco
la prigionia contro i sassi
del muretto tra i rovi,
il tuo viso offerto nel sole,
la dolce schermaglia dei fianchi
... era un gioco.
Ma quel gesto in pił,
la mia incontrollata reazione,
la follia che ci prese
e che ci sconvolse la vita,
era un gioco dal quale
non abbiamo pił fatto ritorno.

II

Questa iniqua condanna,
queste forze agguerrite
- mille volte pił forti di noi -
che ci vorrebbero schiave,
ipotecate da un altro futuro,
mi riempiono d'odio violento.
Cresciuta tra il provvido grano
t'hanno estirpata come pianta nociva
e proiettata in un mondo d'insidie:
inerme, ferita, ancora bambina.
Mentre io, cittadina e ribelle,
andavo reclusa dalle molte virtł
di una provincia retriva.
Cos'altro, di peggio, potevano farci?
Ma il mio carceriere non sa
quale terribile odio nasconda,
quanto quest'odio esalti l'amore,
quanto mi nutra il ricordo,
quanto, ogni momento che passa,
io mi faccia pił forte di lui.
Amore, io penso che in fondo
quattro anni non sono una vita,
e neppure quaranta,
ma rondini che torneranno
lą dove si sono incontrate.

III

Venezia sprofonda inesorabilmente
come noi in questo amore diverso.
"Due donne, allontanate
dalla casa-manicomio
si suicidano sulle rotaie
del treno per il Brennero..."
Ascolto la radio e penso a noi
a Venezia in un giorno di sole.
"In ospedale, degente muore
dimenticato nel letto..."
Io e te a Venezia insieme
anche per un'altra volta soltanto.
"Precipita e si sfracella
muratore di dodici anni..."
Venezia che si adagia lenta
nel verde della sua laguna.
"Nonostante la zona sia sismica,
iniziano i lavori
per la nuova centrale nucleare..."
A Venezia prima che altro tempo,
altri doveri, distruggano l'amore.
"Scippato della misera pensione,
ottantenne muore per lo shock..."
La tenerezza e la malinconia
di pochi giorni rubati
per tornare insieme a Venezia.
"Arrogante veto USA all'ONU;
la crisi č talmente delicata
che potrebbe portare ad una guerra..."
E noi... come abbiamo potuto sperare
che per noi andasse diversamente?

IV

Ad occhi chiusi
vi leggo come un cieco
ruvide selve e palpebre
che io m'invento
non come siete
liete labbra coralline
seni d'adolescente
braccia che mi trattengono
io lo so bene
gonfie vene che premono
gocce sulla pelle
lunga fuga dolente
grotte marine
e nidi di gabbiani
mani in cerca di conchiglie
io so che ora v'invento
e che niente mi appartiene
se non le meraviglie
d'onde e risacca
nel buio senza stelle
belle nel momento
in cui č lei e non tu
la sposa di quel mare
che per lei m'invento.

V

Spremi il mio succo, ragazza.
Spremi tutta la vigna
e beviamo sino ad esserne ebbre
che anch'io sono pazza di sete
e di nuovo ardo di febbre.
Spremine ancora e ancora
e riempi la coppa proibita
per brindare sorella all'aurora
splendida amante alla vita.

(riecheggiando indegnamente Saffo)
VI

Ecco, amore mio:
E' solo un grappolo
d'uva nera
come tanta ne cresce
nelle vigne,
ma se ne prendi
tra le labbra
e lasci che anch'io
ne beva con te
un piccolo sorso,
allora la croce
i chiodi e le spine
le arroganti spade romane,
cadranno.
Prendiamoci adesso:
qui, nel lento
vapore dei tini,
qui sulla pietra
segnata da cingoli e ruote,
dal duro lavoro
nei campi,
qui dove edificammo
la nostra cattedrale
e dove scoprimmo
la resurrezione.