UN LETTO DI FRAGOLE
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Tutti erano concordi nel dire che Bianca era diventata strana, ma quale fossero poi le stranezze dell'anziana vedova, nessuno riusciva a definirle senza che queste perdessero l'alone inquietante della stranezza.Bianca aveva preso ad uscire di rado, è vero, e quando usciva per sporadici acquisti, l'impazienza in lei abituale, lasciava posto alla serafica tolleranza, e il cipiglio che l'aveva contraddistinta sino ad allora, scompariva in quel sorriso disteso, dolcissimo: perturbante solo perché la rendeva diversa da prima, dalla vedova caustica col carattere spigoloso che tutti concordi, le rimproveravano.

Forse intendevano dire che Bianca era cambiata quasi d'improvviso, e siccome pareva non esistesse una spiegazione soddisfacente, ciò rendeva molto strano il suo nuovo atteggiamento, e poteva darsi che fosse imputabile all'arteriosclerosi, sostenevano alcuni, alla follia senile che stava per ghermirla, perché non pareva normale un tale cambiamento alla sua età, avvenuto nell'arco di un'unica settimana.Non che Bianca fosse vecchia, intendiamoci, ma l'avevano invecchiata le disgrazie, il carattere scontroso, la trascuratezza, quella scelta di severa solitudine lontano dai figli e dai nipoti verso i quali pareva provasse solo un tiepido trasporto.

Qualcuno, più sfacciato degli altri, si era provato a chiedere, ma in risposta aveva ricevuto un tentennio quasi civettuolo della testa, uno schernirsi a gesti che insieme al sorriso beato, la rendeva strana, molto strana.

- Ha visto che solicello, Luigi? In terrazza le mie piantine prosperano a vista d'occhio! Quest'inverno, io e le mie piante, abbiamo ascoltato musica insieme, ed è proprio vero ciò che si legge sulle riviste, sa? La musica conforta e nutre!

L'erbivendolo, disabituato a quella confidenza da parte sua, la guardava un po' sospettoso, paventando che la signora Bianca finisse d'impazzirgli proprio in negozio, magari nell'ora di punta in cui si faceva viva la bella gente dell'isolato residenziale di fianco al cimitero.

Poteva anche darsi che nel ringiovanire di Bianca, nel suo aprirsi gioviale agli altri, non ci fosse nulla di tanto allarmante, e che alla fine ciò si dovesse imputare a quel nutrimento musicale al quale accennava ogni poco, e che proprio questo l'avesse addolcita e come rigenerata, proiettata, pareva, in un mondo estatico suo personale.Nessuno, neppure i suo due figli, sapevano dello specchio.

Avrebbe potuto parlarne con Norina, la sorella di Marta, con la quale aveva avuto un colloquio al bar mentre insieme si confortavano con un tè bollente - per il freddo e ancora di più per la gran perdita - il pomeriggio stesso in cui avevano seppellito Marta; ma già l'amica le era parsa troppo scettica alla confidenza che sul momento le era venuta spontanea, e adesso telefonarle e raccontarle la vicenda dello specchio - del resto davvero incredibile! - non le pareva fosse il caso.Di certo Norina l'avrebbe presa per matta, o almeno visionaria, rifletteva ogni volta Bianca sul suo incomunicabile segreto.

- Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne preveda la tua filosofia... - Aveva concluso Norina stringendosi nelle spalle dopo aver ascoltato la storia della telefonata di Marta che dava appuntamento alla loro antica compagna, proprio sulla porta del cimitero, per le tre di quel pomeriggio.
- L'altro ieri mia sorella era in coma, e allora com'è stato posibile? - Aveva detto ancora guardandola attentamente: forse per scoprire su quel viso che non vedeva da molti anni, una vena di tranquilla follia che la rassicurasse allontanando i fantasmi.
- Sei certa che fosse lei? - Le aveva chiesto davvero incredula. - Voglio dire che è passato tanto di quel tempo...!
Certo che nel riferirle la telefonata, Bianca aveva omesso alcuni particolari significativi, ma non voleva turbare ancora di più Norina confidandole finalmente la vera natura della sua grande amicizia per Marta; non dopo tanti anni; non dopo che avevano assistito insieme al seppellimento della povera cara. "Spero che capirai che è necessario, amore!" Aveva esordito Marta al telefono. "Non avrei infranto la promessa se non ci fosse un'importantissima ragione... devi credermi!"

L'aveva creduta subito, perché Marta, dal momento in cui si erano scambiate il giuramento di non cercarsi più, di non vedersi più, si era comportata in maniera esemplare anche se le era costato moltissimo, ne era certa, come del resto era costato a lei, che nonostante Salvatore e i due bambini, amava ancora Marta con tutto il cuore."Mi sono guardata intorno, capisci, e ho visto che ero ancora nella tua mente e nel tuo cuore, tu l'unica persona che mi amasse per davvero, l'unica che col suo amore, mi chiamasse in modo irresistibile..."

Le era parso strano che Marta le desse appuntamento proprio sulla porta del cimitero, ma era vicino a casa, ed entrambe avevano lì i loro morti, e novembre era passato senza che Bianca andasse a portare un fiore sulle tombe, e nella sorprendente telefonata dell'amica aveva subito ravvisato un rimprovero: l'invito a porre rimedio alla mancanza.
"Adesso c'è anche Salvatore, sai?" Le aveva detto titubante. "Ormai, da quando è accaduta la disgrazia, sono passati otto anni."
"Lo so. Ho mantenuto la promessa anche in quel momento terribile per te, e forse non avrei dovuto. Pensavo comunque che se ti ero necessaria, mi avresti cercata tu, ma non è successo. Del resto ti ho sempre ritenuto la persona più indecisa al mondo, e non ci contavo affatto anche se lo speravo tanto. Come avresti reagito, se ti avessi chiamata io?"
"Non lo so, tesoro! Forse... sì, forse mi saresti stata di gran conforto, forse... ti confesso che ci ho pensato, ma come potevo, dopo il male che ti ho fatto?" Aveva detto Bianca in angoscia.
"Non parliamone, vuoi? Non ancora."
"Scusa, ma in questi anni non ho pensato ad altro!" Aveva aggiunto in fretta. "Ogni maledetto giorno ho pensato a te, a noi, alle ragioni che alla fine mi hanno convinto a sposare Salvatore, e che dopo non mi sono parse più così importanti, capisci?"
"Aspettami, Bianca. Non so se riuscirò ad essere puntuale per le tre, ma tu aspettami, ti prego!"
Sentendola così preoccupata, Bianca l'aveva rassicurata: non perderò quest'incontro, le aveva detto, ti aspetterò dovessi far notte, mia cara, carissima Marta!

E in effetti, sul cancello del cimitero, aveva atteso più di mezz'ora, e mentre la poca luce invernale si andava spegnendo come una candela consumata, avanzavano ombre minacciose, il freddo, l'inquietudine.Marta, oh Marta mia quanti anni perduti, quanto rimpianto!Vieni, abbracciami, guardami con quei tuoi timidi occhi chiari e dimmi che siamo le stesse di allora, dimmi che il nostro amore abita fuori dal tempo, e che ormai non abbiamo più nulla da temere!

Posseduta da tanti pensieri, dalle immagini del passato, Bianca recuperava a poco a poco la gioventù, si spogliava degli abiti logori nello scandire dei minuti, e, immobile nell'attesa, sentiva come se foglie nuove, primaverili, le germogliassero dal corpo infreddolito, meravigliata che dentro quell'involucro appassito, accarezzato dalla prima nebbiolina della sera, circolasse ancora un fiume di calda tenerezza, un fiume che comunque sarebbe corso verso Marta anche se, per la tensione, le pareva di essere diventata una delle tante sculture in marmo che abbellivano la parte monumentale del cimitero.

Il carro funebre aveva accostato al marciapiede senza crearle allarme, e aveva seguito distratta le manovre dei Fratelli della Misericordia tutti in nero, con le gabbanelle svolazzanti per le manovre frettolose, e si ricordava benissimo di aver considerato quanto ciò fosse in contrasto con la calma assoluta della morte, e quanto stonato il cigolio della lettiga sotto il peso, e poi tutti quei fiori recisi, dio che spreco...!

- Bianca!
Norina l'aveva scossa facendola sussultare.
- Bianca... come hai saputo? Volevo avvertirti, ma non ricordavo il cognome, ho cercato tra le cose di Marta... Bianca, mi ascolti?
L'ascoltava, certo, solo che non riusciva a capire.
- Ha sofferto, sai? Non si può dire che Marta, dalla vita, abbia avuto molto, però è rimasta serena come sempre, sempre illuminata da quella sua dolce spiritualità sino alla fine!

Norina l'aveva presa sottobraccio e l'aveva costretta a muoversi, quasi a correre: per raggiungere la barella su cui spiccava la luce del legno chiaro che - adesso lo aveva capito! - racchiudeva ciò che restava di Marta.

Tutto si era svolto con la massima celerità. Un po' d'incenso, le giaculatorie del prete, Norina che si asciugava con i guanti di lana qualche lacrima, sconosciuti che facevano cerchio intorno alla fossa, le funi, palate e palate di terra finite a formare il cumulo dove anche lei aveva posato fiori: garofani e roselline che aveva acquistato per Salvatore.Venti minuti al massimo, giusto in tempo per essere in regola con l'orario invernale, e poi, dopo gli ultimi convenevoli tra i vari conoscenti, si era ritrovata da sola con Norina davanti al cancello sprangato. Confusa in una realtà che le pareva sogno.

Di ritorno a casa, Bianca si era seduta a braccia conserte al tavolo di cucina, gli occhi fissi sul paesaggio nordico - tema dicembrino pubblicato sul calendario affisso alla parete di fronte - e non si era più mossa sino all'ora di cena. Più tardi, dopo il sobrio pasto consumato per abitudine, aveva tirato fuori una scalcagnata ventiquattr'ore con combinazione, e aveva frugato tra carte e foto alla rinfusa, alla ricerca di Marta viva, Marta che, dio santissimo!, non avrebbe dovuto andarsene in maniera così definitiva.Come avrebbe dovuto pensarla, adesso? Come poteva continuare ancora a vivere certi sogni ad occhi aperti? Come, come accidenti poteva ancora ricordare la Marta amante, senza provare un indicibile sgomento?

Dal mucchio, Bianca aveva tratto una foto in bianco e nero che le ritraeva insieme in montagna, mentre i particolari di quella gita le tornavano a mente slegati, flashback senza ordine alcuno, incalzanti e sovrapposti, immagini della sola Marta ripresa come per un provino cinematografico. E io dove sono, si era chiesta non riuscendo a vedersi. Eppoi aveva capito di essere l'operatore che stava dietro la macchina da presa, incantato dalla modella, preoccupato di filmare e filmare anche i gesti più semplici, quel tesoro d'immagini che doveva mettere in archivio, ma che comunque in futuro avrebbe potuto proiettare a suo piacimento.

Per l'ultima volta insieme. Alle soglie del matrimonio. Senza rendersi conto dell'estrema gravità delle proprie decisioni. Illusa di saper trasferire l'amore per Marta su Salvatore e diventare così un modello di convenzionali virtù.E Marta... Marta che non aveva mosso un dito per fermarla!Marta arrendevole, che l'aveva coccolata e viziata in uno spazio quasi irreale, in quell'isola così ben separata dal mondo che non ti soffermi neppure a considerare che potresti farne realtà quotidiana, mondo comunicante col resto del mondo.

E quando lei aveva pensato, dapprima incerta e via via più sicura, che forse era venuto il momento di accettare la corte discreta ma tenace di Salvatore, Marta, anziché infuriarsi, si era unicamente preoccupata d'accertare che la sua Bianca finisse in buone mani.Perché io voglio il tuo bene, e se tu desideri compiere questo passo, non sarò io a ostacolarti, le aveva assicurato con limpida serenità d'animo. E la discussione che prevedeva non c'era stata, e le parole - la difesa che Bianca aveva preparato con cura - si erano volatilizzate nell'inutilità disarmante.

Eppure... eppure, quella diatriba negata, quell'accettazione fatalistica, erano state la causa del sordo rancore che aveva cominciato a nutrire verso l'amica, la ragione in più per la quale aveva finito per sposare Salvatore due anni dopo.Aveva riso un po' amaro su quella se stessa che avrebbe tanto voluto vedere Marta indossare l'armatura del prode paladino e combattere per lei; forse ferita nella propria vanità, forse inconsciamente intenzionata a valutarsi attraverso gli occhi dell'altra, l'amore commisurato alla ferocia della battaglia.

Nell'insicurezza, disponibile ad essere convinta; a cedere assai volentieri a Marta, più adulta, la responsabilità del proprio futuro.Se Marta non avesse assunto quell'atteggiamento remissivo, sarebbe davvero cambiato qualcosa? Nel corso degli anni ci aveva pensato molto, e le era parso difficile riuscire a darsi una risposta onesta, e anche perché il momento era passato e lei non era più la stessa ragazza ritratta nella foto due mesi avanti che salisse all'altare accompagnata da suo padre e dalla celestiale musica dell'organo.La cosa certa era che in quel lontano momento di crisi, nell'esasperato bisogno di sicurezza che metteva tutto il resto fuori gioco, l'approdo rassicurante era riuscita a vederlo solo nella concretezza di Salvatore.

Tu ed io abbiamo parlato pochissimo, mio povera Marta, aveva concluso riponendo la foto nel mucchio. Ci affidavamo alle carezze, agli sguardi, all'esaltante contatto dei nostri corpi, ma le parole... le parole restavano chiuse nella mente, un groviglio di parole imputridite con gli anni, il baco che ti ha mangiato il cervello, Marta mia, e che forse ha contribuito a portarti prematuramente al cimitero, chissà, di questo ne sappiamo ancora così poco!


Non aveva acceso la TV come tutte le sere, ma invece aveva fatto un'accurata toilette ed era andata a letto predisponendosi al sonno come alla dipartita finale.Il buio della camera si era colorato di verde. Un pallido sole aveva forato le foglie delle querce massicce andando a illuminare una sconnessa rampa naturale coperta qua e là di borraccina spugnosa, allo stesso tempo morbida e scabra, un velluto ruvido calpestato dalle scarpe di Marta in salita davanti a lei, la schiena appena incurvata sotto lo zaino che conteneva i loro preziosi ammennicoli di ristoro e d'emergenza, e anche... ma sì: ridotta a uno spesso rettangolo grande quanto un foglio di carta da lettere, la coperta scozzese sulla quale intendevano fare l'amore distese in un prato pieno di fragole.


Arrivate in Val Pusteria, guardando la montagna dalla terrazza della pensione, si erano messe a fantasticare sulle possibilità di quel bosco che saliva fitto quasi sino alla cima, in più punti solcato da rivoli di pietrisco come da bianche arterie esangui.

- Questa è l'epoca migliore per le fragole. - Aveva sussurrato Marta senza scuotersi dall'apatia. - Lassù ci devono essere letti e letti di fragole.

Aveva detto proprio letti, e Bianca aveva sorriso sollevando interrogativa un sopracciglio, che già le parevano una conquista insperata i due lettini gemelli che si potevano accostare la sera senza far troppo rumore, e scostare al mattino prima che la faticante alto atesina venisse a rompere per le faccende.


Non uscivano mai tanto presto da evitare l'incontro fatale, perché Marta era ancora stressata dal lavoro, aveva bisogno di riprendersi, crogiolarsi nel dolce far niente, e tutt'al più mettersi a leggere un libro distesa sulla sdraio in terrazza. E a Bianca andava benissimo restarle accanto fingendo di riempire caselle di parole crociate, in attesa che la mano dell'altra raggiungesse la sua per una stretta d'intesa e di conferma, paga di osservare il profilo di Marta contro il verde scuro del bosco, quel contrasto fatto di bionda fragilità e natura ancora un po' selvaggia, che la riempiva di una tenerezza greve quanto il peso di una colpa.

- Una di queste mattine devi costringermi ad alzarmi all'alba per andare ad esplorare la montagna, tesoro. Non possiamo restarcene a poltrire all'infinito! - Aveva aggiunto Marta con un piglio di risolutezza non proprio convincente.
- Domani. - Aveva subito replicato lei. - Domani andiamo a cercarci un letto di fragole. Ora che mi hai fatto nascere questa fantasia, voglio un letto di fragole, Marta!

Ricordava di essersi alzata in punta di piedi per baciarle la tempia diafana, e poi l'attaccatura dell'orecchio delicato, un punto sul quale le labbra sostavano a lungo come nel ritrovato ambiente naturale, a riposarsi prima della struggente fatica della bocca, il bacio, le pareva, più importante dell'amplesso.
Soltanto in quel momento sentiva la presenza dell'anima immortale, e la sua cercava quella di Marta, e aveva imparato a riconoscere l'attimo in cui essa giungeva da una lontananza siderale per palpitarle dentro viva come nient'altro di vivo. Il resto era semplice energia cosmica che si scaricava a terra nel necessario riequilibrio degli elementi, l'amore un ciclo senza soluzione di continuità.

Come era stato possibile vivere quei giorni in maniera tanto alienata? Mai una volta che avessero affrontato il problema, mai un accenno, tutte e due intente a vivere l'oggi come se il domani non esistesse, come se il loro legame fosse un semplice abito di cui un bel giorno ci si spoglia e addio.Nel buio della sua camera, Bianca aveva cominciato a sudare. La salita era faticosa, e anche la peluria bionda sulle gambe di Marta adesso luccicava di sudore; fermiamoci, ti prego, le aveva detto trattenendola per lo zaino, e poi mi è venuta una gran fame!

Marta si era voltata, e lei l'aveva fotografata con la mente, e quella era l'unica immagine di Marta che non si era mai sfuocata nel tempo, e la vedeva ancora così, con i pollici sotto le bretelle dello zaino, la testa piegata di lato per evitare il sole negli occhi, e quel sorriso dolce e infantile che aveva amato con una passione che le saliva dalle viscere come una vampata.Avevano trovato una radura e vi avevano disteso la coperta scozzese, e via via che Marta traeva le provviste dallo zaino, Bianca le allineava in bell'ordine, con l'acquolina in bocca, dominando la voglia di divorare la roba nel bel mentre usciva dallo zaino. L'avidità le si leggeva così bene in faccia, che l'amica era scoppiata in una gran risata che lei aveva percepito un pochettino offensiva: tanto che si era adombrata subito, vietandosi le cibarie sinché Marta stessa non aveva cominciato a ruminare impassibile sedendole a gambe incrociate davanti.

- I tuoi pantaloncini sono troppo corti, Marta. - Le aveva detto astiosa. - Ti si vedono persino le chiappe!
- Che importa, se nel raggio di chilometri, non ci sei che tu?
- E' a me che da fastidio, capisci?
Marta era rimasta a bocca aperta, col panino a mezz'aria e gli occhi puntati nei suoi.
- Che significa? - Le aveva chiesto alzando orgogliosamente la testa bionda. - Che diavolo vuol dire?
- Dio, non lo so! - Le aveva risposto abbassando lo sguardo e rimestando i sott'olio nel piatto di plastica.
- Forse è vergogna. Per ciò che sono. Per ciò che siamo.

Di quelle parole si era pentita immediatamente, perché sapeva benissimo di dire una grossa cavolata inesatta dettata dall'irritazione; nell'intento di punire Marta per qualcosa di cui semmai erano responsabili entrambe in eguale misura. Per qualcosa di non chiaro che la faceva star male, che non riusciva ad affrontare e tantomeno a spiegarsi.

- Ah....! - Aveva esclamato piano Marta riprendendo a addentare il panino come se fosse un nemico.Senza un commento si era poi messa a gironzolare nei dintorni della radura per raccogliere erbe che metteva tra un foglio e l'altro di un blocco di carta assorbente. Ignorandola completamente.

Bianca aveva sparecchiato e riempito lo zaino maledicendosi, ripetendo frasi di spiegazione e di scusa che le andavano in su e in giù per la gola come un boccone troppo grosso per scendere e acquietarsi una volta per tutte.Poi Marta era stata via tanto a lungo che Bianca aveva dubitato tornasse. Si è allontanata troppo e non ritrova la strada, aveva pensato nel panico. Oppure mi ha mollato ed è tornata alla pensione, si era detta ancora più terrorizzata. Altri dieci minuti, e me ne vado anch'io... Ma era passa un'altra ora intera senza che avesse avuto il coraggio di mettere in pratica il proposito; restando abbarbicata allo zaino come ad una zattera di salvataggio.

Marta l'aveva ritrovata così: impaurita e con le lacrime pronte a fuoriuscire in zampilli.

- Ho cercato, ma non c'è alcun letto di fragole, mi spiace. - L'aveva informata Marta ironica. - E siccome sta calando il sole, penso sia saggio rientrare.

- Sei stata via... due ore e mezzo! - Le aveva replicato quasi isterica.
- Così tanto? - Aveva detto Marta di rimando, con assoluta indifferenza. - E' il tuo turno per lo zaino, e sei fortunata di portarlo più leggero e in discesa!

Che voleva sottolineare?, che lei si assumeva sempre la parte più facile?
In fondo è vero, aveva pensato caricandosi lo zaino sulle spalle. Da quando è cominciata questa faccenda, non ho fatto altro che prendere il meglio rifiutandomi di venirne coinvolta senza rimedio. E tra due mesi mi sposo, si era detta scossa da un brivido gelido. E Marta non farà niente per impedirmelo; lo ha detto e lo manterrà, perché reputa sia giunto il mio turno: l'idea è mia, e mia deve essere la responsabilità. Scendendo veloce davanti a Marta, Bianca riviveva in ogni dettaglio il giorno cruciale in cui aveva conosciuto la sorella della sua amica Norina, collega di lavoro con la quale usciva qualche rara volta giusto per degli acquisto o una pizza, e nel ricordo dell'innamoramento, si era sentita invadere da un terribile sconforto, simile a quello che dovevano provare tutti gli smarriti del mondo, in mare o tra le nevi, nei deserti o nello spazio.

- Marta!!
- Oh?
- Scusa... per un attimo ho pensato che non ci fossi più! Vuoi camminarmi davanti, per favore?

Ecco, avere davanti la sua nuca sottile, pur vietandosi di sfiorarla con le mani o con la bocca - ci siamo leticate, mi pare! - le dava già più sicurezza, un senso di appartenenza e di calore che non provava neppure con il suo futuro marito: caro ragazzo di cui non si poteva dire che bene, e al quale anche Marta si era affezionata.Marta con la cuffia e a occhi chiusi che ascoltava musica seduta sul divano del salotto. Norina l'aveva scossa per presentarle Bianca, e due occhi ambrati e con tanti puntini verdi, si erano aperti su di lei insieme a quel sorriso fanciullesco che le aveva fatto male al cuore come guardare i bambini del Biafra in TV.

Marta... ho amato subito quel sorriso, non negarmelo adesso!

Che giornata di merda! Dove siete letti di fragole, cuscini di trifoglio, profumo di resina tra i tuoi seni, bacche di ginepro, incavi di borraccina...

- Marta, credo di dovermi spiegare meglio, amore mio!
- Non sprecarti, e ricorda che dopo cena devi telefonare a quel povero disgraziato di Salvatore.
Okay: solidarietà tra simili, ma io chi sono?
Sotto la doccia da sola, evidentemente in punizione, Bianca annaspava come una papera contro corrente.
- Io vado a cena! - Le aveva urlato Marta sbattendo la porta della camera, e dopo, a tavola, alzando le sopracciglia come una regina oltraggiata, Marta aveva trovato da ridire su tutto: mettendo a dura prova la pazienza dell'innocente cameriera e quella della meno innocente Bianca.
Finché non si era alzata e non si era infilata giacca, berretto, e guantoni foderati di pelo.
- Adios, bambina: non aspettarmi perché vado in paese e quindi farò molto tardi. Buonanotte. - Le aveva detto Marta mimando un bacio soffiato sul palmo del guantone.

Dio mio, è guerra per davvero! Si era resa conto Bianca all'improvviso.E che diavolo intende fare, in paese? Rimorchiare? Sbronzarsi? Inutile correrle dietro perché si era presa l'auto, e dodici chilometri a piedi, di notte, per le strade di montagna, nel freddo della primavera da poco inoltrata, sono un guado difficile anche per l'amore.

Sino al momento che la padrona in persona non era venuta a pregarla di salire perché erano le una, Bianca era rimasta nel salone, imbambolata davanti al caminetto acceso, dimentica pure di Salvatore: a cui non avevano ancora dato il numero telefonico di quella pensione scelta a caso tre giorni prima.Marta era rientrata poco dopo che lei si era coricata furibonda nel freddo umido del suo lettino gemello. Ma furibonda con chi, se appena pensava a Marta le veniva da piangere, e se pensava a Salvatore, poverino, era la stessa, e se pensava a Bianca, quell'incosciente indecisa e senza nerbo, le veniva addirittura da singhiozzare?

L'amica si era spogliata al buio, in un fruscio così cauto che le aveva fatto drizzare le antenne per percepire meglio le fasi precedenti il pigiama di flanella leggera con gli orsetti stampati.Ancora più cauta, era allora scivolata sulla moquette e compiuto a gattoni la circumnavigazione dei lettini sino all'ingresso delle coperte di Marta.

- ...'rco Guida! - Aveva esclamato Marta colta di sorpresa.
- Hai bevuto grappa. Come fai ad essere astemia e bere grappa?
- Come fai a sposarti tra due mesi, e intanto scopare con me?
- Sei troppo sbronza per ricordare che è una decisione che abbiamo preso di comune accordo?
- Sono abbastanza lucida per ricordare che è una decisione che hai preso tu, e alla quale mi è sembrato giusto non oppormi.
- Se mi sposo ciò non vuol dire che dobbiamo separarci.
- Ah...! Quindi il tuo piano è questo!
Errore fatale, macroscopico, irrimediabile. Bianca si sarebbe ingoiata la maledetta lingua, ma ormai era fatta.
- Esci dal mio letto, faccia d'angelo! Stammi lontana o non rispondo dei miei atti! - Aveva grugnito Marta assestandole un morso sulla spalla fortunatamente protetta dal pigiamino di leggera flanella con le ciliege stampate.

Sentendosi veramente un mucchietto di letame, Bianca non aveva trovato altro modo per difendersi che irrorare gli orsetti con grosse lacrime silenziose.Il pianto impastava il suo viso con quello di Marta; labbra serrate, salate, che non rispondevano al suo bisogno. Il freddo si era mutato in un bollore febbrile che non poteva trovare sollievo che nel corpo immobile dell'altra. Si era tolta il pigiama e lo aveva lanciato nel buio.Non sopportava di essere respinta, non sopportava il disprezzo, non sopportava neppure se stessa.

- Tornatene nel tuo letto... - Aveva sussurrato Marta con voce alterata. - Non provocarmi. Non adesso.
Avrebbe dovuto darle retta, ma non sopportava che lei le sfuggisse, così aveva proseguito nella goffa iniziativa sinché l'amica non si era messa a ridere ghiacciandola.
- Ti ho mai detto che sei una frana? Ti ho mai detto che sei il classico elefante in un negozio di cristalli?, aveva fatto Marta umiliandola.
Non aveva mai visto Marta incavolata a quel punto. Per lei Marta era la tenerezza personificata, l'anima immortale che veniva a visitarla donandole momenti d'insopportabile languore, e non quell'estranea che, toltasi il pigiama, si stava impadronendo di lei come di uno strumento a corde.
- Dovrai ricordarti di questa notte finché campi. - Le aveva detto Marta aggressiva. - Dovrai ricordarla ogni volta che Salvatore ti prenderà. Dovrai ricordarla mentre metterai al mondo i tuoi figli, e anche alla fine... anche nel travaglio della morte, Bianca!

Cosa può esserci di tanto temibile, si era chiesta lei già avviluppata in un piacere tentacolare che le toccava ogni recondito nervo facendola vibrare in mille tonalità diverse.Che altro... che altro, continuava a domandarsi nell'incalzare di un piacere che si preannunziava sorprendentemente intenso. E quando Marta l'aveva abbandonata un attimo prima, con una crudeltà esperta e calcolata, aveva chiesto. Per la prima volta si era trovata a supplicare varcando i limiti che le imponeva il pudore.

Marta le aveva risposto torturandola con lentezza esasperante, con il gioco del lascia e prendi che aggiungeva ogni volta un gradino: un gradino in più, un sottile gradino soltanto, sino al momento in cui il tempo si era fermato lasciandola in bilico sulla voragine. Un tempo insostenibile che l'aveva mutata in animale.

Aveva gridato, era andata incontro al piacere aprendosi senza riserve all'onda terribile, e allora, proprio in quel preciso istante, era stata lacerata dal dolore, una fitta che le aveva mozzato il fiato e stravolto il piacere; una straordinaria mescolanza che non sapeva più che segno avesse.Risalendo sino alla sua bocca, Marta le aveva impedito di gridare di nuovo. Veniva a prendere il proprio piacere nei sussulti irrefrenabili del suo corpo ferito, allungandole l'orgasmo con i movimenti del bacino, insensibile al suo bisogno di tregua, al dolore che le procurava ogni nuova contrazione.I baci, adesso avevano il sapore dolciastro del sangue.

Un suggello indimenticabile. Indimenticabile la dolce, serena, arrendevole Marta dal sorriso infantile che aveva affrontato senza imbarazzo la cameriera al mattino.
- Mi spiace. - Aveva detto tranquilla - Credo di averle rovinato il materasso a causa del mio ciclo: che ha anticipato di molti giorni senza preannunciarsi. Riferisca alla signora che se non è possibile rimediare, me ne ritengo responsabile.
Bianca era sulla sdraio in terrazza, avvolta nella coperta scozzese, come ipnotizzata dal bosco cupo che avrebbe dovuto nascondere soffici letti di fragole.
- Vado in paese. - Le aveva detto con una certa durezza Marta avvicinandosi - Comprerò un erogatore, perché è meglio tu faccia qualche lavanda interna.
- E' finita, vero? - Le aveva chiesto lei in un soffio.
- Era già finita, Bianca.
- Eppure non ti ho mai amata così tanto!
- Tu saprai cosa vuoi, soltanto nel momento in cui saprai di non poter più volere.
- Martin Eden... "E nell'istante in cui seppe, cessò di saperlo." Devo ringraziarti: se non altro, per avermi prestato i tuoi libri e messo un po' di cultura nella zucca.
- E' stato un errore.
- Perché?
- Perché ho alimentato in te un fuocherello sterile, ho dato vita al contrasto che ti mette in crisi.
- Mi disprezzi?
- Mi fai pena. Come uno sgargiante scarabeo chiuso in un barattolo di vetro.
- Okay. Compra anche gli assorbenti e il giornale.
- Bianca...
- Adesso non dirmi che ti dispiace, perché mi metto a urlare!
- Non mi dispiace affatto! Dicevo che un paio di compresse d'aspirina ti farebbero tornare in forma, e se vuoi vado a prendertele in bagno!
- Molto gentile, ma fino al bagno ci arrivo da sola, grazie!
- Hmm... e se risparmiassimo il noleggio delle bici per un paio di giorni?
- Fai quel che cazzo ti pare e lasciami in pace, okay? Devo pensare.

Pensare! Come se pensare e arrovellarsi la portasse da qualche parte! Pensare, per Bianca, ero uno stato esistenziale, e nei troppi e confusi pensieri, perdeva il bandolo ed esauriva la capacità di essere.Ho vissuto me stessa in astratto, aveva concluso Bianca trovando nella violenza di quel ricordo la spossatezza che favorisce il sonno; e la realtà mi è passata a un metro di distanza. Mi sono affidata alla corrente, e la vita mi ha vissuto senza trovare resistenze. In me ha sempre dominato il più forte, e Salvatore era il più forte per via della normalità e della sicurezza.Dove sei, adesso, Marta mia?

Aveva sognato il bosco, Marta in calzoncini corti che la portava per mano verso un letto di fragole, dolcissima e attenta come in quegli ultimi giorni passati in montagna, gli ultimi, i più belli, quelli che nel corso degli anni, aveva ripercorso sino all'ossessione.


Davvero sorprendente, la signora Bianca! Si era fatta fare un taglio giovanile e schiarire i capelli, e sul volto più pieno, le rughe le si erano distese in caratteristici segni di simpatia. Si era modernizzata anche nel vestire, e mostrava di saper scegliere i colori che le donavano di più, e nel completo verde oliva stava d'incanto, e Luigi solo adesso si rendeva conto che doveva essere stata molto carina, forse una vera bellezza.E adesso era tutt'altro trattare.

- Mi permette di dirle che stamani non mostra più di quarant'anni, cara signora? - Aveva azzardato l'erbivendolo scegliendo per lei i pomodori con più succo, quelli tutta polpa e niente acqua. - Se si tratta di una cura straniera, dovrebbe rivelarmene il segreto, perché come vede ne ho un gran bisogno anch'io!
- Si tratta solo di guardarsi finalmente allo specchio, mio caro! - Aveva risposto lei maliziosa. - Io odiavo gli specchi, e non mi guardavo mai, capisce? Non m'importava l'immagine che mi rimandava lo specchio, perché non era la mia... non coincideva più, capisce?
Pur non capendo affatto, l'ortolano, abituato com'era ad assecondare le stranezze della gente, aveva fatto un solenne cenno d'assenso: perché il commercio è il commercio, e tutto si traduce in denaro, anche il passar sopra ai discorsi bislacchi.
- Glielo metto un po' di basilico fresco?
- Quasi scordavo! Il basilico è l'unico che mi cresce stento, ma vedesse che foresta! Mi tentano i rampicanti di fragole che vendono per corrispondenza... crede che verranno belle come nel dépliant?
- A solatio, signora Bianca: crescono a solatio! E ricordi di metterci strisce di stagnola, che sennò da queste parti se le mangiano subito i merli!

Era uscita sorridendo, pensando forse al lussureggiante, futuro bersò di fragoloni nella terrazza di sala posta a solatio, o forse allo specchio che da strega la stava trasformando in Biancaneve. Ma non le accadeva esattamente come a Dorian Gray.

Da quando Marta era comparsa nello specchio interno dell'armadio di camera - un mese circa dopo il funerale - Bianca aveva cambiato l'assetto della stanza; aveva sostituito il letto matrimoniale con un divano letto dotato di un meccanismo elementare che la sera non la faceva mai spazientire, e poi si era comprata un tavolinetto piccolo, rettangolare, dove cenava in compagnia di Marta nello specchio. A pranzo restava in cucina, perché Marta compariva alle tre del pomeriggio, l'ora dell'appuntamento sulla porta del cimitero, e anche a supplicarla a mani giunte, non c'era verso di scambiare con lei due chiacchiere al mattino; peccato davvero, perché le sarebbe piaciuto di cominciare la giornata col sorriso della Marta che aveva amato dai diciannove ai venticinque anni.

Davanti allo specchio, in conversazione con l'amica, si rilassava sul divano, oppure stirava sul tavolino, o rammendava le sue cose, o metteva mano alla quantità di carte che oggigiorno sommerge anche una persona sola. Leggeva a voce alta e poi commentavano insieme; ascoltavano musica, Marta la consigliava sugli abiti, sul trucco; la consolava, la prendeva in giro, l'avvolgeva con l'immutato amore degli occhi, e Bianca era felice e si sentiva leggera, liberata da ogni peso, finalmente in pace.

La vedeva soltanto, ma Marta le aveva spiegato che quella era un'immagine creata a suo uso e consumo, perché lei in realtà le stava accanto invisibile, in grado però di percepire una gamma infinita di sensazioni che Bianca, nella sua dimensione ridotta, neanche poteva immaginarsi.

Si faceva bella per Marta, usava il bagnoschiuma che lei le consigliava, si vestiva come lei voleva, metteva in pratica ogni suo consiglio: perché poi l'amica, come meglio poteva, le trasmetteva le sensazioni stupende di un profumo o di un colore, le arcane vibrazioni dell'armonia, lo splendore solare della gioia.

- Non devi farmi ringiovanire più di così, amore mio! - Aveva esclamato quel pomeriggio a Marta puntuale nello specchio. - La gente mormora alle mie spalle, e pensa che questo cambiamento non sia normale, e non posso raccontare che è colpa tua, che sono felice perché tu sei nello specchio!

Marta aveva riso gettando all'indietro la testa bionda che Bianca non poteva carezzare, così vicina e inafferrabile, e il moto di rimpianto era stato in lei così forte, che era arrivato a Marta con la sonorità ripetuta di un gong.L'immagine era diventata di colpo seria e molto addolorata.

- Credo che adesso tu sia in grado di parlarne, Bianca. Dobbiamo proprio parlarne.
- E dopo?
- Dopo sarò libera.
- Vuoi dire che non ti vedrò più? Che scomparirai per sempre? Che la mia vita tornerà ad essere una merda di vita senza senso?
- Se vuoi, puoi ancora trattenermi.
- Ma io ti amo! - Si era sentita gridare. - Ti amo, e non voglio tenerti prigioniera!
- Devi decidere da sola.

Decidere! E come si fa a decidere di una cosa così grande?Le pareva di essere tornata nell'angoscia della gioventù, prima del matrimonio e dopo le ferie in montagna con Marta.Le girava la testa, e i pensieri se ne volavano via come da un vortice che girasse all'incontrario espellendoli uno ad uno sino a crearle in testa il vuoto assoluto.Aveva dovuto mettersi a sedere sul divano per non crollare per terra, e non osava più guardare nello specchio.

- Comincerò dal pomeriggio in cui Norina mi portò a casa vostra e ti conobbi. - Si era decisa col volto riparato tra le mani. - Comincerò con il dolore che mi procurava il tuo sorriso...

Aveva parlato a Marta l'intero pomeriggio e tutta la notte, e mentre parlava sapeva che Marta sfumava a poco a poco nello specchio. Sapeva benissimo che avrebbe dovuto passare il resto della sua vita senza di lei, ma sapeva anche che poteva riaverla solo a questo prezzo.