Sospiro pubblicato il 17/06/01

STORIE
Prima parte


Oggi ho rivisto Laura …. Come sempre le nostre comunicazioni sono andate oltre….. Il bello del conoscersi da una vita sta in questo: riprendere sempre dallo stesso punto, come se i mesi e, in certi casi gli anni, non avessero nessun peso su noi….
Se sono qui in questo momento lo devo anche a lei….
Da dove inizio?
Ritengo giusto partire proprio da TE!!!!!!
Il nostro incontro, vestito di magiche "coincidenze", ma quante altre coincidenze hanno fatto parte della mia vita….
Cosa sarei stata se invece di essere la terza figlia fossi stata la prima…. , se la mia prima storia non fosse stata con una donna così più grande di me…., se il primo uomo che mi è entrato dentro non fosse suo marito…, se non avessi incontrato il padre di mio figlio….., se mio figlio non fosse mai nato….., E quant'altro ancora poteva essere e non è stato.
Tu oggi sei parte di tutto un vissuto, sei entrata da così poco in me, ma è come se facessi parte da sempre del mio archetipo, giusto momento della mia vita. Giusta emozione per dare ancora più senso al "tutto" ed a quel che dovrà ancora venire.
Posso parlarti di me?
La mia prima storia, 13 anni ed un bisogno infinito di uscire fuori. Di liberarmi .
Amica di mia madre…. 28 anni e 3 figli. Bella da farmi impazzire. Con i nostri 15 anni di differenza… Vivevo con il solo desiderio di incontrarla. Io ero fisicamente già donna. Ma sapevo anche che non mi interessava il suo corpo, volevo altro, era per me un trampolino per scappare, un modo di tuffarmi oltre tutto il mio dolore così poco sviscerato, unico nel suo essere di ragazzina. Con le sofferenze dentro già segnate ma non vissute ancora.
Il primo incontro….. a casa sua… le sue labbra su di me… un gioco…. Un gioco durato tre anni….. E poi la sua "proposta" mio marito sa…. Devo accettare se no ci divide… poi scegli tu… Scelgo io cosa? Di certo sapevo che non volevo perderla.. Avrei fatto tutto anche incontrarli insieme…… Te lo ricordi Marisa? Io si, non c'è un attimo di quel giorno che non è scalfito nella mia memoria. Lui su di me, paradossalmente più dolce di quel che mi aspettavo, attento a "non farmi male" e tu che mi tenevi per mano…. Una stretta così forte non l'ho più risentita. Un momento così lacerante non l'ho più rivissuto. E come si può ripetere.
Vivevo i nostri incontri solo ed unicamente per i pochi attimi che ci potevamo concedere "dopo", quando lui si alzava e ci lasciava abbracciate… Pochi momenti, tutto aveva un senso ed una giustificazione a quel che facevo solo ed unicamente per quei pochi momenti con lei.
Passavano gli anni, io crescevo e dentro cresceva la voglia di fare qualcosa di diverso, scappare via da lei, da lui da questa trappola di cui avevo costruito l'esca.
Non ho mai pensato, e ancora adesso non penso, di non essere comunque "responsabile" del tutto.
Dopo anni, parlando di questa storia, si è difesa dicendo: "è stata lei a volerlo"!
Sono d'accordo l'ho voluta. Ma pensaci, per un momento, ,……13 anni…. Quanto ci poteva essere di solo mio?????
Quando mio figlio ha compiuto 13 anni, l'ho guardato, e mi sono chiesta cosa mai poteva esserci in quell'età. Non ho avuto risposta.
Non rinnego niente, ma forse e dico forse, sarebbe stato più giusto proteggermi?

E dopo….. non so come successe, ma riuscì ad uscirmene. Un nuovo amore, la voglia di respirare, la voglia di non soffrire, mi fece innamorare di tanti altri momenti di tante altre situazioni… Ma la portavo dentro, non riuscivo a staccarmi.
Ormai se ci incontravamo per strada manco mi salutava… Non ho mai capito con chi ce l'avesse di più se con me o con se stessa.. Poco importava.
Io crescevo, diventavo sempre più donna nella mia diversità , nei miei conflitti, nella mia ribellione.

Era il 1973 ero cresciuta. 18 anni ed incontrai lui.

L'inizio fu di quelli mozzafiato…. Il partito… un uomo in vista, mi innamorai delle sue mani, del suo modo di muoverle. Non era bello, assolutamente, ma mi affascinava tutto di lui. Mi piaceva la sua camminata, elegante, sicura, il suo modo di portare la fascia di sindaco della città, il suo modo di ballare, il suo modo di cercarmi.
Ed io perché gli ero piaciuta? Non lo so forse perché suonavo la chitarra, forse per i miei capelli sempre ribelli, forse perché avevo tanti anni meno di lui…, forse perché inizialmente potevo essere un "qualcosa" di cui parlare con gli amici nell'intimo dei loro racconti.
Iniziò tutto in sordina, come il nostro primo incontro. Facemmo l'amore, ma come in ogni storia per me importante, era l'ultima cosa che mi interessasse.
Credo che non mi abbia amato subito, lo ha fatto con il tempo.
Passarono mesi ed una sera gli dissi: "Ascolta, fermati se ne hai voglia. Possiamo continuare quando vuoi, ma sappi che non è questo che voglio da te. Non riesco a fare l'amore con te, non riesco ad essere l'amante di turno, anche se ti ho dato le coordinate per pensarlo, non ce la faccio, preferisco chiudere qui, lasciando che il tempo faccia la sua storia…… lasciando che tra noi finisca così, senza più ritornarci sopra"
Furono giorni duri quelli che susseguirono. Non mi chiamava ed io non cercavo lui..
I pochi incontri "pubblici" erano all'insegna di un gelo nordico. Fino a quando……
Una sera con la mia moto stavo "sballata" al massimo. Sotto casa di Pino, (chi si ricorda Pino? Un istituzione).
Ti incazzasti da pazzi, convinto che fossi l'ultima delle donne, pronta a tradirti con il primo arrivato.
Nel tuo cuore sapevi che non sarebbe stato possibile, eppure ne avevi bisogno, avevi bisogno di credere questo, pur di mandarmi via, pur di eliminarmi dalla tua vita.

Quando mi resi conto che stavi lì, non feci altro che venirti incontro…. Ti amavo più di qualsiasi cosa fosse potuta succedere.
.E da quel momento nacque la nostra storia.
Tu ed il tuo amore, io ed il mio amore.
Lo ricordi… Durato il tempo che ci fu concesso. Tua moglie malata nell'attimo in cui la nostra decisione aveva preso corpo. Aspettiamo, aspettiamo cosa?
I miei viaggi a Milano per seguirti , le giornate senza te, il mio aspettarti in albergo. Lo ricordi?
Tu tornavi dall'ospedale, ore passate vicina a lei che soffriva, alla sera mi cercavi, mi volevi li, ed io c'ero. Ero con te e nello stesso momento mi sentivo inadeguata, non pronta a darti forza.
Tutto il tempo rubato che mi potevi concedere. Iniziava a non bastarmi, avevo paura di non reggere
Erano passati già due anni dal nostro primo incontro.
Il partito, gli amici erano quelli che in qualche modo facevano scorrere le mie giornate di attesa.
Maurizio era il più caro. Lo conoscevo dai tempi della scuola. Quel che ho sempre più amato di lui erano i suoi occhi dolci e il suo "barbone" .
Passavamo nottate insieme a sviluppare foto su al partito nella "nostra camera oscura", a parlare dei nostri sogni, di quello che avremo dovuto fare, di quel che eravamo in grado di cambiare. Lui sapeva di te. Complice di tante sere, quando passavo sotto casa tua solo per vedere la luce accesa ed immaginarti tra le tue mura, con le tue figlie e lei.
Maurizio iniziò ad entrare nelle mie giornate, gli volevo un gran bene e, ancora oggi dopo 25 anni, con tutti i nostri conflitti ed il figlio in comune, non riesco a non provare verso lui un sentimento che non sia di profondo affetto.
E poi…. C'era Marina, la sua ragazza….. Un promettente "Quadro Dirigente" del Partito. Tutta di un pezzo, con uno sguardo da farti accapponare la pelle nel solo incontrarlo. Spesso chiedevo a Maurizio se per caso a lei desse fastidio la nostra amicizia, ma la cosa sembrava non riguardarlo.
Passava il tempo, tua moglie sempre malata, tu che divenivi sempre più esigente ed il mio tempo che si consumava nell'attesa. Tutto girava intorno a te, intorno a quei pochi momenti disponibili che avevi.
Non ricordo come e dopo quando tempo una sera nella camera scura, Maurizio mi baciò. Dolcissimo momento, sapevo che prima o poi sarebbe successo, era nell'aria. Non volevo ferirlo, ma ero felice di averlo vicino. Nei miei pensieri c'eri tu.

Quello fu solo l'inizio della storia più complicata della mia vita.
Maurizio parlò con la sua donna di questo "innamoramento". Ero convinta che minimo minimo mi avrebbe sparato a colpi di lupara, ma non fu così……
I giorni a venire furono all'insegna del caos più completo.
Quante parole, quanti incontri di "chiarimento", mi sentivo che stavo complicandomi la vita e la stavo complicando alle persone intorno a me.
A differenza di quel che avevo immaginato, Marina non aveva nessun rancore nei miei confronti, anzi, come allora si usava dire: "voleva capire, razionalizzare il momento, collocarlo al suo posto"…. anche se io credevo che c'era poco da capire.
Tu non ti accorgevi di niente, non ne avevi il tempo….
La situazione sembrò sbloccarsi un giorno che loro due decisero di prendersi una "vacanza", pochi giorni a Positano per ritrovarsi e riprovare. Giuro ne fui felicissima, finalmente mi sentivo un po' meno responsabile di quello che stava succedendo.
Ma durò poco. Li avevo accompagnati al pulman la mattina, ed ero subito venuta a cercarti sulle Terme (dove lavoravi). Di solito mi facevo accompagnare sempre da qualcuno per non dare nell'occhio, ma quella volta non mi importava niente, volevo solo vederti, sentire che c'eri. A te non sembrò neanche strano. E cosa mai ti ha smosso dalle tue certezze, forse solo dopo quando alla fine ti ho detto tutto, solo allora per l'unica volta ti ho visto traballare, perdere le tue sicurezze, ma questo è un altro momento.
Dicevo durò poco, la stessa sera stavo sul partito insieme ad altri amici quando arrivò la telefonata di Marina:

- "Che stai facendo?"
- " Niente di particolare!"
- "Perché non vieni tu e… la chitarra?"
- "Non credo sia il caso, mi sembra più giusto che stiate da soli"
- e lei lapidaria: "No è giusto che tu sia qui…. Ti aspettiamo"

In trenta secondi le pensai tutte, mi suicido, mi do latitante per i prossimi 30 anni, o non so che altro. C'era Alfonso vicino a me che mi guardava con un grosso punto interrogativo, non so quale fosse la mia faccia in quel momento, ma certo il suo sguardo non faceva sperare a niente di buono.
Idea geniale: "Alfonso ti va di venire con me a Positano, andiamo a trovare Marina e Maurizio? Almeno in compagnia non ci sarebbero stati grossi problemi.
Li trovai che mi stavano aspettando in piazzetta. E fu quello il momento che iniziai a capire cosa stesse realmente accadendo. Lei mi venne vicina, puntandomi i suoi occhi addosso mi disse: oggi pomeriggio ti ho sognata, e poi mi strinse la mano.
Pensai Oddio è la fine, non bastavano le complicazione, adesso che c'entra Marina e perché mi ha fatto tanto piacere sentirmi dire delle cose da lei.
Fino alle 5 di mattina restammo in spiaggia a suonare. Avevo la testa completamente fusa, non riuscivo più a fermarmi: tu, lui , lei vi alternavate dentro tra mille paure, tra mille desideri, tra la voglia di scappare lontano da tutto. Tu sempre ignaro di tutto.

Loro dovevano rimanere ancora qualche giorno, ma già la sera dopo eravamo seduti tutt'e tre nella solita pizzeria a parlare di cosa stesse accadendo.
Si decise di prenderci del tempo, per fare che non si capiva, ma suonava bene: "prendiamoci tempo".

E poi ci furono gli incontri a "due" separatamente, io e lui prima, io e lei dopo…..

A Maurizio volevo un bene dell'anima, l'amore è anche questo, non sempre è fatto di passione o di travolgimento. Fino a quel momento era stata l'unica persona a darmi calma, tranquillità. Teneramente abbracciati con tanta dolcezza, senza che niente di fisico avvenisse tra noi. Credo che in quella prima fase lui avesse già deciso di volere me, ma il rapporto con Marina durava da più anni e non se la sentiva di lasciarla. Dopo fu tutto più difficile.
Con lei fu diverso, molto diverso. Mi ricordo che venne a casa mia, i miei non c'erano. Iniziammo a sentire musica. Lei mi intimoriva, aveva sempre l'aria di essere tutta di un pezzo e che le emozioni le scivolassero addosso come acqua. Dopo, con gli anni, ho capito quant'era tutta difesa…
Ad un tratto iniziò a baciarmi e fu uno scoppio dentro di me. Con una donna l'emozioni sono sempre state diverse. Non credevo che fosse capace di tanta passione e nello stesso momento mi inteneriva vederla scoprirsi, meravigliarsi del suo sentire. Per lei era la prima volta con una donna (ed è rimasta l'unica). Non so quanto tempo restammo al buio, senza allontanarci mai l'una dall'altra. Ad un tratto, lo ricordo come se fosse ora, mi disse: "Voglio vedere se hai il coraggio di accendere la luce", fu quasi una doccia fredda per me, non riuscì a capire in quel momento che era lei ad avere una paura fottuta di guardarmi negli occhi. Il suo razionalizzare l'emozioni; quanto mi è costato nei sette anni della nostra storia…….

E tu…. Ci incontrammo quella stessa sera sul partito, tu Maurizio e Marina. Non auguro a nessuno di dover gestire tre storie contemporaneamente. C'è da sballare. E' vero allora avevo qualche anno in meno, ma il fisico si consuma.
Chi, a qualche volta ho raccontato questa storia, sulle prime mi ha detto : ma scopavi alla grande!!!!!…. Sbagliato era tutto teorico, di pratica molto poco, soprattutto la storia con loro due. A quei tempi si teorizzava molto: la coppia aperta…., il vivere l'emozioni……

Comunque….. questa storia si consumava in una "tranquilla cittadina di provincia", dove ancora oggi vivo. Con "a muntagna" (come noi napoletani chiamiamo il Vesuvio) che la spia. Si dice che chi vive alle faldi di un vulcano ne subisca l'influenza. Credo che sia proprio così, o almeno lo è per me.

Era il giorno del mio compleanno. Gradito regalo…… Ci ritrovammo noi tre da soli nella soffitta di Pino. Niente di programmato, non ne saremo stati capaci. Tu come al solito avevi rimandato i "festeggiamenti" per la sera. Saremo dovuti andare tutt'e quattro a cena fuori. Avevi prenotato nel posto che sapevi mi piacesse di più: Ravello.
Dicevo, il pomeriggio in soffitta…… Era inevitabile che le nostre mani, i nostri corpi iniziassero a cercarsi.
Ero quella che per "esperienza de javoù" doveva essere la più disinvolta. Ma come si può parlare di disinvoltura in certi momenti. Non era sesso. Non era un incontro a luci rosse, non aveva niente che potesse appartenere a tutto questo. In ognuno di noi scoppiavano dentro emozioni, sensazioni che davano il peso e l'essenza di qualcosa d'indescrivibile se non si è mai vissuto. Le mani…. Come sono importanti le mani in certi momenti. Esplorano, cercano, scoprono, danno. Le mie mani dentro lei….. le loro mani su di me…. Credo che mai, in seguito, siamo riusciti a darci tanta emozione come quella prima volta.

Da quel momento in poi noi quattro divenimmo inseparabili. Normale a 20 anni avere delle "amicizie" così forti. Non c'era nessuno che ci vedeva divisi. Eravamo un tutt'uno. Sapevo di essere il perno principale.
Allora vivevo con i miei. Mia madre intuiva, ma giustamente non riusciva a collocarmi. Le poche ore che trascorrevo a casa, erano all'insegna di voi che mi cercavate. Dal suo punto di vista si poneva e mi poneva mille domande, dove quasi sempre non potevo e non sapeva dare risposte. Ma con chi stai? Ma quello non è sposato?. Ma Maurizio non stà con Marina?. Ed io a scapottare, a dire si, vabbene, siano amici e cazzate di questo genere.
Fortunatamente la mia famiglia e soprattutto mia madre, non è mai riuscita a condizionarmi in queste cose. A 17 anni ero capace di non ritirarmi per giorni senza manco avvisare. Solo quanto è nato mio figlio, mi sono sentita in colpa verso di lei. Ho capito cosa voleva dire aspettarmi le notti affacciata ad una finestra e tremare ad ogni squillo di telefono. Forse allora ho iniziato a "perdonarle" tante cose. Nell'attimo in cui sono stata donna alla pari di lei….

Tornando alla storia. Dopo l'incontro in soffitta, iniziò per me il periodo più dissociante che possa ricordarmi.
Si viveva praticamente dalla mattina fino al pomeriggio la "storia tra noi tre". La sera il quadro cambiava. Si riformavano le coppie: io e te e loro due. Con tutte le paranoie date dalla situazione. Marina era quella che più malamente gestiva il "tutto". Non sopportava assolutamente vederti sfiorarmi, starmi vicino. A stento riuscivo a sedarla nella sua gelosia.. Quelli erano i segni maggiori per capire in seguito come sarebbe andato a finire.
Paradossalmente tra me e te le cose sembravano andare bene o perlomeno tu ti sentivi sereno, mi avevi vicina e questo ti bastava. Quante volte, anche dopo che nostra storia è finita mi sono chiesta se davvero eri così ignaro, o semplicemente preferivi fare lo struzzo. Certe cose sulla pelle non possono passare inosservate……

Mi ricordo il viaggio in Umbria, organizzato per rincuorare Maurizio che, da li a pochi giorni
Sarebbe dovuto partire militare. 26 anni non poteva più rimandarlo.
Con lui le cose non andavano più molto bene. Fra noi si era creata una frattura sottile. Il sentimento che ci aveva uniti all'inizio si era incrinato, facendo posto ad un impercettibile rancore, specialmente da parte sua. Non mi vedeva più per quel che ero stata ma come qualcuno che gli stava portando via qualcosa di importante. Anche se questo sentire tozzava con quel che provava nei miei confronti. Ecco, forse fu in quel momento che iniziò il conflitto che dura ancora oggi fra noi.
Partimmo la mattina presto con il mio Maggiolone. Era stato un tuo regalo. Sapevi quanto amassi quella macchina. Me la facesti trovare una mattina sotto casa, impazzii quando la vidi. Sapevi in certi momenti come stupirmi.
Mi ricordo che il giorno prima era stato il tuo compleanno. Ti avevo regalato un maglione di caschemire, l'avevi addosso quella mattina. Mi si riempirono gli occhi nel vederti.
Destinazione: Spello. Quanto abbiamo amato l'Umbria insieme. Sei tu che me l'hai fatta scoprire. Ancora oggi quanto ci torno, non posso non passare per Spello e pensarti. Il nostro ristorante, il nostro albergo, le nostre mangiate. A differenza di me, hai sempre mangiato poco, ma ti piacevano i sapori, gli odori e ti inebriavi, ti perdevi nei miei occhi quanto mi vedevi assaporarli con te.
Quella volta però fu diverso. Le stanze prenotate: due doppie (giustamente). Fu la prima volta che non ressi io. Marina stava male. Come al solito non sopportava il mio amarti. Mi ricordo che la sera tra le stradine di quel paese, camminavamo insieme e ad un tratto sentii la sua mano nella mia. La strinse così forte da farmi male, c'era tutta la sua sofferenza, c'era tutta la sua voglia di gridare la verità in quella stretta. Fu allora che presi la decisione.
Ritornammo a casa e dopo pochi giorni, dissi a tutte e due che per me la storia tra noi finiva li e che non volevo più ritornarci sopra. Mi sembrava giusto. Maurizio paradossalmente iniziò a calmarsi, giustamente sarebbe stato per lui un inferno, distante 1000 chilometri e saperci insieme . Marina reagì molto male. Ma ero convinta che poi gli sarebbe passata.
Tornai a te e, anche se non c'era niente di sporco in quel che avevo vissuto con loro, mi sentì più pulita, più sgombra dentro. Ritenevo di aver preso la decisione più giusta per tutti.
Era il febbraio del '76.
Tu eri nel mio cuore, sapevo di amarti, sapevo che potevi essere tu e solo tu. Ricordi, ti cantavo sempre una canzone, sempre la stessa: era bellissima; il titolo: "IO si" . Ero certa che orami tutto era finito con loro….
Tua moglie peggiorava sempre di più. Le nostre serate erano sempre più frettolose. Non volevi ormai più nessuno intorno a noi. Mi chiamavi ed io correvo, volevi solo me. Non c'erano più cene, ne amici, appena potevi liberarti un attimo mi cercavi e volevi solo stringermi, tenermi vicina, fare l'amore. Quanto ti ho amato. Quanto tutto poteva essere diverso se tu non mi avessi imposto quella scelta. Te lo ricordi?…. Ci hai mai pensato?…..
Ieri mia sorella è tornata a casa dicendomi di averti assurdamente incontrato. Avevi accompagnato tuo figlio (quello che hai scelto di avere con la tua compagna dopo molti anni) ad un concorso per giovani pianisti….. E lei era in commissione. Ma ti rendi conto di quanto si diverte la vita con noi?
Comunque….
Si, arrivammo a giugno del '76.
Sentivo che qualcosa non andava, ma non volevo parlartene per non allarmarti. Tu non mi concedevi spazi, non potevo crearti altri "problemi". Ma i giorni di ritardo ormai erano troppi e così, senza manco dirtelo feci il test…. POSITIVO. Tuo figlio era dentro di me.
(Lo ricordi Laura? Stavamo insieme quella mattina)

Ero assurdamente felice…….. Mille pensieri vivevano in me, come dirtelo? Ed ancora adesso mi chiedo perché non ho saputo farti capire quanto fosse importante per me.
Ci vedemmo la sera ed altre sere ancora, ma non ci riuscivo. Al momento che le parole salivano alla gola, c'era un qualcosa che me le fermava. Tu mi vedevi strana, mi chiedevi che avessi, le mie risposte laconiche in quel momento riuscivano a sedarti.
E poi infine, una sera come tante, te ne parlai.
Dapprima con timore e poi, a mano a mano, presi forza, tuo figlio prese forza in me. Ti parlai di tutto quel che stava succedendo ormai da più di dieci giorni, ti dissi delle mie paure, ti raccontai di quanto già lo amassi proprio perché era tuo, di quanti sogni ci stavo costruendo su, ed in ultimo non meno importante, ti feci capire che per me non c'era assolutamente nessun problema, anzi volevo solo andare avanti.
Non avevo ostacoli, gli unici che si ponevano davanti potevano nascere solo dalla tua situazione, da tua moglie malata e dalle tue tre figlie……..Ma anche se ritenevo più che reali quegli ostacoli, nello stesso momento mio figlio dentro me iniziava ad avere il giusto peso. Non potevo non ascoltarlo, lui era prioritario su tutti.
Quanto avrei voluto sentirti in quel momento più vicino a me. Cosa avrei pagato per sentirti felice, per condividere il nostro momento come giusto era viverlo:
nostro e solo nostro.
Iniziasti ad essere evasivo, oggi posso capire il tuo spavento, allora no. Iniziasti ad alzare muri enormi, difficoltà oggettive che avresti dovuto affrontare, come avresti mai potuto giustificare alle tue figlie un domani che mentre la loro madre moriva, tu stavi creando un'altra vita. Come ti saresti sentito di fronte a chiunque dall'esterno si ergeva a giudice e diceva la sua, come ti saresti potuto difendere. Alla fine paradossalmente mi dicesti: "Sei tu che devi scegliere……. Io non posso impedirti niente". Più di una pugnalata, più di trafittura in pieno petto furono le tue parole. Mi sentivo completamente sola con il peso più grande che mi fosse capitato di vivere fino a quel momento nella mia giovane vita; avevo 21 anni.
Il tempo in certe situazione gioca a sfavore. Non potevo aspettare molto. All'epoca delle scelte dovevano essere necessariamente fatte in clandestinità e questo mi creava ancora più angoscia. Tu assurdamente non eri più ritornato sull'argomento. Sembrava quasi che invece di portare la vita di tuo figlio dentro portassi la tua morte. Aspettavi una "sentenza" dando l'idea di doverla subire, ma fu la tua passività ad essere la chiave della mia decisione.
Lo ricordo il tuo sguardo, lo ricordo benissimo la sera in cui ti dissi che da li a tre giorni sarei andata in una clinica privata in Calabria, dove (grazie a te Laura) con molta discrezione pagando fior di quattrini il "tutto" si sarebbe risolto in pochi giorni. Si vedeva lontano un miglio il tuo sentirti "sollevato", eri diventato di nuovo padrone, certo e sicuro che era la decisione più "saggia" che avessi mai potuto prendere. Credo che fu da quell'istante che mi iniziasti a morire dentro, nel momento in cui avevi decretato la morte di mio figlio. Non ho mai accusato solo te di questo. Mi sono colpevolizzata per anni ed ancora lo faccio, per non aver avuto in quel momento più forza.
Marina era l'unica persona che sentivo vicina, (anche se fra noi non c'era stato più niente), era l'unica che mi aveva visto star male, l'unica ad asciugarmi le lacrime. Fosti proprio tu a suggerire di farmi accompagnare da lei giù in Calabria. A tratti non ci rendiamo contro di quanto aiutiamo il destino a fare il suo corso.
La sera prima che partissimo, non ti facesti trovare. Invano ti aspettai, ti feci telefonare, ma eri letteralmente sparito. Vigliacco fino all'ultimo. Dopo quanto tutto era già avvenuto, mi dicesti che non avevi voluto vedermi prima che partissi perché sicuramente mi avresti fermata. Fortunatamente per me, non ti ho mai creduto.
Mi ricordo io e Marina in treno. Riuscivamo anche a scherzare. Battute per evitare di pensare che da li a poco ci saremo trovate per la prima volta, anche se la situazione era a dir poco infelice, a dormire insieme. Ma già appena arrivata in Clinica le cose cambiarono.
L'intervento era previsto per la mattina dopo, c'erano vari accertamenti da dover fare. Per il resto sembrava quasi un albergo a 5 stelle. Elegante, camera personale, si mangiava benissimo, potevi ordinare quel che volevi. Tu neanche quel giorno mi chiamasti.
Con lei inevitabilmente si era creata una tensione enorme. I sentimenti dentro non erano modificati, l'attrazione tra noi rimaneva intatta.
Mi guardavo intorno, un posto sconosciuto dove sapevo che da li a poche ore avrei lasciato i miei sogni, l'unica possibilità che avevo dentro di trascorrere il resto dei miei giorni con te. E' strano come le cose cambiano dentro di noi……. Sapevo, intuivo, ma questo non mi impediva di fermare gli eventi. Avrei potuto? Non lo so. Ancora oggi non lo so cosa avrei potuto inventarmi per evitare il resto. Sapevo che non c'eri tu a fermarmi. In quel momento era prioritario non averti al mio fianco.
Come al mio fianco invece girandomi mi ritrovai lei. La sera in camera fu inevitabile parlare di noi; di tutto quel che era accaduto negli ultimi mesi.
Era dolcissima. Mi guardava come solo gli occhi di una donna possono guardarti. scrutandoti dentro. Conosceva bene il mio dramma. Sapeva cosa e quali erano le mie sensazioni. Mi prese con una delicatezza unica. Senza, neanche per un attimo, forzare la mano. E fu l'ultima ad entrarmi dentro sfiorando quel figlio che mai vedette la luce. Fu lei a dirgli addio. Fu lei a salutarlo anche per te.
Cosa raccontarti e cosa dirti di quei momenti…… Come poterli trascrivere qui senza che tutto non mi scoppi dentro, di nuovo come allora.
La mattina dopo vennero molto presto a svegliarci.
- "Signora si prepari, tra pochi minuti tocca a lei."
Tocca a me cosa?, lo chiesi a Marina che mi stringeva la mano, e lei, dopo aver tirato il fiato, quasi in apnea mi disse:
- Che ne pensi se lo cresciamo insieme? Possiamo anche scappare via da questo incubo.
Fu stupendo sentire le sue parole, ma credo che tutto era già scritto. In ognuno di noi la storia è scritta. I nostri tentativi di fermarla, in certi momenti, possono anche essere superflui.
Chi ha mai provato l'anestesia per la prima volta. Quella fu la prima volta per me. Ricordo bene il ginecologo simpatico ed amico che scherzava per mettermi a mio agio. Quella grande luce che scatta dalle lampade in una sala operatoria. Chi le ha mai viste?
Sono tante luci a cerchio, forse servono in quel momento per non far pensare, ma sono enormi, ti lasciano senza fiato, ti fanno sentire piccola. Loro sono più forti di te.
Ti annientano. Hanno la tua vita nelle loro mani, come chi in quel momento era preposto ad iniettarmi un nettare nelle vene. Il nettare dell'oblio, del non pensare, del lasciarsi andare in mani che ti avrebbero scavato fino a toglierti l'unica cosa bella da dentro: La vita, la vita di quel figlio che, ancora oggi (avrebbe circa 23 anni) mi chiede, nelle notti di dolore, giustizia; mi domanda perché non ha avuto il suo giusto diritto alla vita. Mi interroga e a tratti mi condanna, credendo e individuandomi come l'unica responsabile del tutto, del suo non esserci.
Mi chiesero di contare a ritroso. Tutti i miei muscoli erano pronti a sentire, non volevo andar via, non volevo perdere il contatto. Ma quello che io volevo ancora una volta non servì a niente.
Un secolo o solo dopo un attimo presi di nuovo coscienza nel mio corpo. Lui non c'era più. Per quanti anni quell'incubo ricorrente nei miei sogni: Un cumulo di rifiuti dietro un ospedale ed io a cercare in quei scatoloni particolari che si distinguono per la scritta portata su: RIFIUTI ORGANICI. ATTENZIONE. Eri diventato un rifiuto organico. Piccolo essere, piccolo amore, strappato dall'unico posto giusto che ti era dovuto di diritto per essere depositato in un scatolone da rifiuto. La tua tomba non ha mai avuto niente di magico; non ha mai avuto un fiore; non ha mai avuto una luce per farti sentire meno al buio; non ha avuto me a pregare su quel che potevi essere. Piccolo enorme amore mai dimenticato. Mai lasciato perché si, i bisturi possono anche scavarti dentro e togliere un corpo indifeso, ma l'anima quella rimane e vaga nel tuo io e non ti lascerà mai. E forse è giusto così.

Mi risvegliai con la mano di Marina che stringeva la mia. Non smetterò mai di ringraziarla per tutto quello che fece per me. Mi riportarono in camera. L'anestesia era stata abbastanza pesante. A tratti capivo a tratti deliravo. Chiamavo lei e la volevo vicino, ma nello stesso momento tu mi eri nei pensieri.
Erano ormai solo pensieri di morte che ti rivolgevo. Nello stesso attimo che nostro figlio era stato ammazzato, il nostro amore era finito con lui.

Tornai dopo due giorni. Smagrita, pallida, senza forze; il viaggio di ritorno era stato allucinante, avevo reagito fisicamente male, mi sentivo completamente a pezzi. Quando arrivai a casa mia fu mia madre ad aprire la porta. Avevo raccontato una grossa balla, le avevo detto che sarei stata qualche giorno fuori per un convegno del partito.
Mi guardò con un viso spaventato, mi chiese che avessi e che cosa era successo in quei 4 giorni; voleva assolutamente chiamare un medico. A stento riuscii a calmarla:
- non è niente, il viaggio è stato allucinante…. e poi il mestruo….., e poi abbiamo mangiato da schifo….. e poi…. e poi…. "
Dopo tanti anni le ho ricordato quell'episodio e, finalmente, le ho detto la verità. Ricordo che quando iniziai a parlare vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime, mi disse che anche se forse non avrebbe capito, ugualmente avrebbe voluto essermi vicina in quel momento così doloroso per me.
Cara dolcissima mamma. Sono ormai 6 anni che non sento più la tua voce… L'ictus che ti ha colpita non ti ha più permesso di parlare. Ma ancora oggi riesci a farmi sentire bene solo se mi guardi con i tuoi occhi così pieni d'amore. Quanto ci è costato riuscire a superare tutti i nostri conflitti e che prezzo (tu più di me) abbiamo dovuto pagare. MA questo è un altro momento.

La sera stessa che ero ritornata volesti vedermi. Gli occhi da cane bastonato, non riuscivi neanche a toccarmi, avevi paura di farmi male. Ma tutto il male che potenzialmente mi potevi fare già l'avevi fatto. Rimasi con te, nello stesso momento ti guardavo, spiavo le mie emozioni, a tratti avevo la sensazione di uscire dal mio corpo e guardarmi con te, vicina a te. Non riuscivo più a riconoscermi. Non riconoscevo il tuo viso, le tue mani, sapevo che ti appartenevano ma forse semplicemente eri tu a non appartenermi più.
Era l'inizio del luglio '76.
Qualcosa era finito, qualcosa era spezzato ma vigliaccamente, continuai a trascinare questa storia.
Dopo la Calabria tra me e Marina tutto si era di nuovo messo in discussione. Maurizio ne era venuto a conoscenza, stava male. Di nuovo il caos fra noi.

Una sera non ti vidi arrivare al nostro appuntamento: Dovevamo vederci dopo il Consiglio Comunale, ma inutilmente aspettai …. Il giorno dopo l'atroce verità: tua madre morta, investita da un motociclista pirata in pieno centro. Era il 15 luglio. Lo ricordo come se fosse oggi….
Le amanti hanno un limite che fa schifo. Non possono essere presenti nella vita di chi amano soprattutto in determinati momenti. C'erano tutti al funerale…: le tue figlie, le tue sorelle, i tuoi cognati, i tuoi compagni di partito, tutto il legale poteva confortarti, poteva stringersi intorno a te, darti forza.
A me non era concesso.

Ti rifacesti vivo dopo alcuni giorni. Distrutto nel tuo dolore. Ricordo che mi dicesti:
- "Giusto dopo un mese che è andato via nostro figlio mia madre mi ha lasciato…"
-
Senza sapere che cosa ancora sarebbe successo dopo un altro mese……… Ma perché certe volte la vita riserva delle coincidenze assurde??????

Ritornando alla storia con Marina e Maurizio ormai si era in piena crisi. Tra me e lui restavano dei sentimenti ma molto veniva affossato dal suo sentirsi escluso. Capivo che istintivamente intuiva la forza che stava nascendo tra me e lei e soprattutto intuiva il mio ormai distacco interiore da te. Ne aveva paura, era terrorizzato dall'idea di essere "fatto fuori" ( questo era il termine che lui usava)..
Ci capitava ancora di uscire in quattro, ma io non riuscivo più ad essere "disinvolta". Molte sere passavano all'insegna di lunghi silenzi. Ognuno seguiva le proprie paure, le proprie angosce, difficilmente si ritrovavano momenti di serenità.
Intanto tua moglie peggiorava, giorno dopo giorno.
Ed arrivò quel fatidico 15 agosto.
Ricordo che tu, come ogni giorno di festa, eri a casa con la tua famiglia. Noi tre si era organizzato di andare sul monte Terminio, giusto per combattere sia il caldo che la pesantezza dei nostri incontri. Fu stranamente una giornata rilassante. Una scampagnata. Riuscimmo ad un certo punto a ritrovare la complicità tra noi. Quella che c'era ai primi tempi di questa storia. Mi ricordo che andammo alla ricerca di piccoli paesi sperduti sulle montagne di Avellino. Incontrammo fuori alle porte gente modesta ed ospitale. Una di loro ci offrì del pane e della ricotta calda. I sapori erano meravigliosi, semplici come tutto era semplice in quei paesi. Maurizio con la sua telecamera (una delle prime a quell'epoca) riprendeva immagini bellissime. Voleva montare un video per poi proiettarlo a qualche festival che organizzavano con il partito. Bello si, fu molto bello quel giorno…..
La sera stanchi ma stranamente euforici, con il mio maggiolone facemmo ritorno a casa. A d un tratto sentii una morsa allo stomaco. Non riuscivo a spiegarmela. Il giorno dopo mi sarei vista con te come sempre, perché allora quel tremore che mi saliva da dentro?
Non ero neanche entrata dal raccordo autostradale che tutto mi sembrò crollare. Mi colpì subito, il primo manifesto…. Ne fui attratta immediatamente…. Manifesto di morte.
La città ne era tappezzata. Il nome di tua moglie scritto a caratteri cubitali.
La famiglia che ne annunciava la fine; il manifesto del partito che esprimeva la sua solidarietà….., le terme che partecipavano al tuo dolore……., dopo solo 1 mese dalla morte di tua madre…. dopo solo due mesi dalla morte di nostro figlio…..
Un lutto perpetuato per te. Un lutto che si era accanito sulla tua persona, ti aveva piegato le spalle, ti aveva annientato…… , ti aveva reso vulnerabile.
Ma l'ultimo doveva ancora arrivare……..
E' strano come sia possibile che i ricordi rimangono così nitidi dentro di noi. Non dimentico niente, neanche la più piccola delle sfumature.
Quello che successe nei giorni a venire, purtroppo era già stato vissuto per me con la morte di tua madre. A parte pochi dettagli tutto si svolse nella stessa maniera.
Dopo quattro o forse cinque giorni, stavo sul sindacato dove Marina lavorava, fino a quel momento non mi era stato assolutamente permesso di incontrarti. Ti vidi entrare e mi sentii morire. Indossavi un vestito bianco di lino, smagrito ma non per questo meno affascinante. Mi venisti incontro e mi abbracciasti. Fu bello, fu quasi come ritrovarti dopo tanto tempo. Ma durò un attimo. Non ti perdonavo niente, non riuscivo a perdonarti il tuo sentirmi come l'unica cosa scontata della tua vita. Avrei voluto trattenerti, avrei voluto dirti di non perdermi, avrei voluto gridarti non farmi andare via, ma niente di tutto questo uscì dalle mie labbra.
Ero li per te e per l'ennesima volta ti regalai l'illusione che mai e poi mai mi avresti persa.
Dopo tutto crollò.
LA sera mi volesti vedere. Ti dissi di venire a casa mia, i miei erano fuori per la villeggiatura, a casa ero da sola.

Arrivasti stranamente puntuale quella sera. Senza sapere a cosa andassi incontro……
A te non andava ( e forse neanche a me) occupare i letto dei miei genitori; preferivi metterti sul mio lettino, dicevi sempre: un po' stretti ma qui ti rimane il mio odore, e poi …… mi inibisce il letto del preside….. Mi divertiva sempre il tuo imbarazzo.
Quella sera no. Quella sera ero particolarmente tesa, pronta istintivamente ed irrazionalmente a far si che qualcosa cambiasse.
Mi cercasti in maniera speciale quella sera…. Iniziasti a parlarmi, a farmi discorsi incomprensibili o forse semplicemente scontati….. Volevi che ti seguissi, volevi che lasciassi la mia città ed insieme alle tue figlie andare dove (già ti eri informato) era possibile, a costruire il nostro futuro, lontano da tutti. Dicesti: ora ce lo possiamo permettere niente ci impedisce di vivere il nostro amore
Ma quella volta ti fermai. Non ricordo le parole, non ricordo in che modo le usai. Inconsciamente le scelsi tra le più dolorose, ti buttai li, su quel lettino, l'ultimo anno e mezzo vissuto insieme…. Ti parlai di lei, di lui, della nostra storia intrecciata con la tua, ti dissi che non sarebbe potuto esserci niente più tra noi, ti dissi che mai e poi mai avrei lasciato la mia città per seguirti con le tue figlie dopo che avevi decretato la morte del mio. Che mai e poi mai avrei potuto ancora amarti, che mai e poi mai tu più saresti stato quello che negli ultimi tre anni eri stato per me: Non per cattiveria, eri morto ormai, eri finito, tutto era finito, finalmente riuscii a dirtelo….. Riuscii a parlarti di quanto mi era costato strapparmi quel figlio da dentro, riuscii a dirti di quanto eri stato egoista nelle tua scelta impostami, riuscii a dirti: adesso vai via……

Ecco lo ricordavo prima, fu quella la prima e l'ultima volta che ti ho visto tremare, perdere le tue certezze. Divenire finalmente anche tu vulnerabile, impaurito del futuro senza me.
Arrivasti a dirmi: "accetto anche loro basta che non mi lasci"….
Ma non capisti e forse credo che neanche oggi ti è chiaro: non era per loro che ti lasciavo…. Ti lasciavo per non rimanere una vita a disprezzarti.

Cosa successe dopo, le tue ultime parole furono durissime: "farò di tutto per fartela pagare"… come se il prezzo che fino a quel momento avevo pagato non avesse conto….. Sapevo che eri capace a mantenere le tue promesse…. Ma dopo niente più di quel che hai fatto mi ha ferito… Questo non l'avevi messo in conto. Il male arriva ad un punto tale che non può più ferire. Può solo funzionare come boumerang, può solo tornarti indietro. Il resto è storia che in questo momento non vale la pena di raccontare.

Strano, la prerogativa che mi ha sempre contraddistinto in questa vita è quella che quando arrivo a chiudere una storia (d'amore, d'amicizia, di lavoro) il resto non mi ferisce più. Strano, come se tutta la sofferenza può solo consumarsi all'interno, dopo no, dopo diventa altro da me, non riesco neanche più a sentirla tale. Non mi appartiene più.

SEGUE SECONDA PARTE