Eleonora Pinzuti


"Non c'è sublimazione, secondo le pretese di una formula decisamente infelice e offensiva per la carne stessa, ma oscura percezione che l'amore per una data persona, così lancinante, spesso non è che un bell'incidente di passaggio, in certo senso meno reale che certe predisposizioni o scelte che l'hanno preceduto e dureranno dopo di lui"
(
Margherite Yourcenar Pref. a Fuochi)


De longh, piccola antologia

È bello rivederti ridente e sgabbiante, col sorriso che ti dipinge le labbra e il tuo nervosismo fugace. Esiste un desiderio che sconfina e si dilata sulla piana corporea come un sole sorgente, che illumina e scalda l'intero terreno….questo sei tu, sempre e ogni volta "nova". Bisogna avere quel tatto discreto che non ti lasci sola: una rosa non deve essere mai lasciata sola…

=
Alzarti la gonna e leccarti…
Alzarti la gonna e leccarti…
Che occhi faresti?
Mai visti o già visti?
Che occhi saresti?
Quelli da cui passavano frecce quell'Aprile del 1347?
Sapresti che acqua porto?
Era Petrarca, Galeotto per diletto.

=
"Francisci Petrarce"

Per quel che vale anche tu ascolta

non riesco a sbiadire il volto
disegnato nella mappa della memoria
contorno scuro: chioma
di inchiostro e di seta
monito
la tua voce roca richiama
lacrime come di rime sparse.
E ti posseggo solo
con parole che ripeto,
magia di nenia o canto.
Voce che si incunea
fra i lacci della vita,

su ciglia chiuse.
=
L'eternità o il tempo non ingannano l'immagine. Ti vedo e rivedo nelle giornate d'autunno quella bellezza che fa svaporare il silenzio. Risento il tuo odore di crema appena spalmata sul volto: mi appare di nuovo il sorriso o l'opaco nitore del volto.
Come vincerti, midons? E poi, vincerti? Mi abbandonerei invece, e ti darei.

Eternitè

Ed ecco che d'un tratto
una fitta lacera i sensi:
sorridi e chiami
al di là del pensiero
(membrana fra i sensi)
ritorni mia stagione immota e mai
paga dei sussurri che ancora
ti regala il domani.
Fa' pure. Domina.
=
Ipotesto Saffico

Non scappi : rimani
Simbolo eterno della mia sconfitta
Nel coglierti dal ramo più alto
Non potei giungervi: era troppo alto
Perfino per il mio volo.

E vago ancora, sempre maggiore questo senso di inquietudine, di indifferente assenza, della tua luce accesa, del freddo che gela gli arti e i sensi. Mi sento una figura di carta, come quel soldatino di cui narrava mia mamma. Contrasto la volontà ferrea degli Dei di non regalarti, di tenerti prigioniera preziosa d'altro, di altri. Io non sono. Non sono per te che un sorriso o un affetto, mentre resta implacabile e vana questa voglia che dilania e non rassomiglia a nessuna. Né alcuna ti rassomiglia. E' trascorso già un mese dall'ultima volta che ti ho vista. Nel cuore, oh, nel cuore nemmeno un secondo.

Camminavo, stasera, per questa Firenze un po' strana, solitaria e stretta nei cappotti, ricca e borghese, che ti rassomiglia tanto. Tu sei quella donna che passa e lascia agli alberi un bruciore d'autunno.
Darti o dirti, poco serve. Dimori lontana, come la stella più bella e più vaga. La realtà, l'esatta geometria del reale torna a narrarmi di impossibili sogni e vane richieste. Quanto vorrei tracciare i tuoi riccioli neri su questo foglio, dipingere il contorno degli occhi del tuo colore, e inspirare fino a svenire la tua marca di sigarette.

Sorrido, dell'inutilità di questo mio dire e narrare. Narrare di strani singulti taciuti ma vivi. Negati e sentiti allo stesso tempo. Non scappi. Non fuggi, paletto conficcato nel cuore.
Rasento l'assurdo in questo mio dire ché ad altro è pronta la tua memoria: io rimango soldatino di carta di questa già fuggita fola.