Siri

di Marzia Marengo

 

Lasciai la radura alle prime avvisaglie della Muta. Non che la normalità mi fosse mai appartenuta: ero uno strano cucciolo, dedito alla caccia da pochi mesi dopo la mia nascita, ed in generale un membro strano della Gente con idee strane per la testa. Credo che la mia stravaganza fosse sulle labbra di molti, e che le malelingue mi considerassero quantomeno un animale poco civile, che stava tra i piedi ai cacciatori quando uscivano nella foresta e che disertava i suoi compiti in famiglia per bighellonare fra le felci.

Non pochi, credo, si auguravano che cambiassi pelle presto, mettendo finalmente la testa a posto. Mi avrebbero così potuto catalogare come moglie fedele, o come marito intrepido; come una cacciatrice o come un custode della memoria, o una qual-siasi delle classificazioni con cui la Gente si premura di difendersi dalle novità. La mia famiglia non si era mai pronunciata in tal senso, ma so che mia madre aveva fiducia nel corso degli eventi, e sapeva, con la fede incondizionata di chi ha da tempo delegato ad altri le proprie scelte, che tutto sarebbe andato come sempre; la tranquilla, pacifica assenza di pensiero propria della Gente civile. Mio fratello era troppo impegnato a godersi la sua pelle nuova di una manciata di stagioni per porsi domande e mio padre, per quanto mi amasse, forse aveva dimenticato che cosa prova un Fanciullo prima della Muta, quando non è che un' indefinito essere asessuato.

Personalmente la situazione non mi dispiaceva più di tanto, avevo la mia vita libera anche senza sapere se ero UN o UNA Mri, ma adesso era diverso, avvertivo qualcosa di nuovo dentro di me, erano parecchi giorni che non mi sentivo come al solito. Non mangiavo per tutta la giornata, poi la notte mi alzavo furtivamente in cerca di prede nel folto del bosco. Spesso non riuscivo a trovare niente, perché tutti gli animaletti che di giorno svolazzavano fra i rami bassi erano al sicuro nei loro nidi e la selvaggina da pelo era rintanata nei nascondigli sottoterra; così mi aggiravo nervosamente scostando le frasche con la coda, incidevo solchi con le unghie sulla corteccia degli alberi, brontolando e sbuffando, finché il sonno non prendeva dolcemente il posto della rabbia, e tornavo a casa al caldo.

Di giorno mi scoprivo ad osservare con sguardo sognante la polvere e i pollini sospesi nei raggi arancioni del sole, a drizzare le orecchie ad ogni scricchiolio dei tronchi dopo la pioggia, ad ascoltare il ronzio delle libellule credendo di intendere parole sussurrate, piene di zeta e di esse. - E' ora anche per te, tesoro mio.- Diceva mia madre con un sorriso preoccupato, e se ne andava mormorando brevi preghiere allo Spirito degli Alberi, che guidasse la mia Muta. - Non avremo più fanciulli in famiglia.- diceva mio fratello, snudando i denti in una buffa espressione complice, e agitava le orecchie brune nei piccoli brividi che i giovani adulti si scambiano nei branchi, a caccia. - Non ti ricorderai più di me...- diceva Siri, con grandi occhi gialli pieni di tristezza.

Siri è la più bella creatura che abbia mai camminato sotto le chiome degli alberi. Il suo pelo è nero come la notte, e ha zampe lunghe e sottili, ma la sua schiena è vigorosa e la sua coda si muove con la stessa grazia del fulmine, lenta come il gesto di chi non teme. Siri è la mia Promessa, ma nessuno lo sa. Ai fanciulli non è permesso scambiarsi la promessa, ma io ho amato Siri dalla prima volta che l' ho vista, e lei mi ama in egual misura, così abbiamo scambiato la promessa prima della Muta, giurandoci eterno amore. Siri ha cambiato pelle la scorsa stagione, e quando è tornata dal bosco, splendida nel suo pelo nero, con quegli occhi gialli orlati dalle strisce bianche, come sua madre e con il ventre grigio che è caratteristica sua personale, avanzando orgogliosa sulle sue due zampe, ho sentito il cuore che mi scoppiava nel petto.

L' ho guardata incedere, temendo che non mi degnasse di uno sguardo, ma quando i suoi occhi si sono posati sul mio pelo arruffato, immaturo e grigiastro, mi ha rivolto un sorriso radioso e si è lanciata verso di me, nella sua nuova corsa aggraziata, per ve-nire a strusciarsi contro la mia fronte, inginocchiata davanti a me. - Hai visto, amore? Sapevo che sarei diventata UNA Siri.- Mi disse sottovoce. Lo sapevo anche io, da sempre. Glielo dissi, sussurrandoglielo contro il pelo morbido del capo e lei rise, sibilando e scuotendo le punte nere delle orecchie contro il mio naso.

Non mi baciò, perché eravamo in mezzo alla Gente della radura, e non è costume che un adulto baci un fanciullo che non sia un suo cucciolo, ma mille baci ci aspettavano una volta fuori vista, e avrei ascoltato il suo cuore familiare nel suo corpo nuovo e sconosciuto. E ora toccava a me.

La Muta cominciò in una notte d' autunno, assai prima dello spuntare del sole. Mi drizzai a sedere sulle zampe posteriori, quasi uggiolando per lo spavento; mia madre bisbigliò nel sonno, poi si rivoltò sulla schiena e continuò beatamente a dormire, schiacciata contro la parete. E' strano come gli adulti, man mano che va avanti il tempo, diventino sempre più sordi ai sogni. Dacché la conosco, mia madre non si è mai svegliata a metà della notte, non ha mai raccontato un incubo la mattina appena alzata. Io invece ne avevo appena avuto uno, ma non ricordavo di preciso che cosa fosse, forse lente onde di un miele bruno, che mi avvolgevano e mi cullavano in un abbraccio appiccicaticcio, forse Siri che mi guardava attentamente con quei nuovi occhi gialli e aspettava qualcosa da me, qualcosa che io non capivo, che temevo di non poterle dare.

Avevo paura quando mi alzai a sedere con gli occhi aperti nell' oscurità, poi lo vidi lì accanto all' erba del mio giaciglio, un ciuffo dei miei peli grigi impigliato in uno stelo, ed una chiazza rilucente di pelo bruno che occhieggiava su una delle mie cosce. Il cuore mi martellava nel petto, mentre cercavo di non fare troppo rumore districandomi tra la mia famiglia addormentata, scavalcando i corpi incoscienti immersi nel sonno normale della Gente adulta. Appena fui fuori, la luce della luna mi illuminò, spruzzando per l'ultima volta il suo argento sulla mia livrea infantile. Non si può dire che stessi male, ma mentre correvo a scapicollo attraverso il bosco sentivo come se fosse appena iniziato un processo irreversibile e travolgente che avrebbe potuto sfociare nel dolore come nel puro piacere.

Correvo e correvo, gli alberi e le felci erano una macchia indistinta attorno a me e i rami bassi che mi schiaffeggiavano il muso non sembravano più violenti della brezza di mezzanotte. Mi girai indietro e vidi che il mio pelo ornava già, come festoni di lanugine, i cespugli di bosso e le spine delle acacie; dentro di me risuonava una specie di musica, come se il rombo del sangue tenesse bordone alla melodia del mio cambiamento. Finalmente, in preda allo sfinimento, mi abbandonai sull' erba, fissando le stelle che occhieggiavano attraverso le fronde. Il tempo non aveva più significato, si era cristallizzato attorno a me racchiudendomi in un guscio in cui il mio corpo fremeva e si scuoteva incontrollato e selvaggio.

Quanto mi era sembrato di poter udire distintamente ogni suono, ogni accento del mondo che mi circondava durante gli inquieti giorni che avevano preceduto questo momento, tanto mi rendevo conto di quanto sorde erano state le mie orecchie, di quanto era stata annebbiata la mia vista. Tutto era luminoso, persino il buio degli angoli più remoti del bosco era scintillante, ogni ragnatela brillava come un minuscolo arcobaleno, ogni creatura della foresta frusciava in un modo suo particolare, ogni alito di vento aveva il suo proprio accento, diverso da qualsiasi altro; e la mia persona, la vibrante fisicità della mia anima, specchio di carne di ciò che era il mio spirito, si nutriva di ogni frammento di vita che sentivo palpitare attorno a me.

Non mi accorsi di mutare aspetto, fu piuttosto come se mi stessi creando dall' idea di me stessa, partorita dalla placenta della mia anima. Prima uscì la testa, madida di un umore rilucente il cui profumo riconoscevo come mio senza averlo mai fiutato, e l'aria che carezzava quella mia nuova forma mi trasmetteva brividi di elettrica delizia che incitavano il resto ad affrettarsi al mondo. Con un fluido gesto di ali dispiegate, estrassi dal nulla le lunghe braccia fino agli artigli candidi, che stiracchiarono per la prima volta le loro punte aguzze contro il cielo, poi inarcai la schiena, liberando le spalle come colline castane irrigate da un acquazzone estivo e in una mossa di affermazione, i seni coperti di una delicata peluria nera su cui galleggiavano miriadi di minuscole goccioline iridescenti.

Ero incredula, in balia di un' euforia e di un amore quale non avevo mai sperimentato; accarezzai il collo, le braccia il petto i piccoli capezzoli sensibili, e poi mi spinsi ancora, fuori da quella madre invisibile, avvertendo il ventre che veniva alla luce strisciando e muovendosi nel caldo abbraccio di miele che avevo già vissuto in sogno. Volevo riposare, stanca di quel viaggio piacevole ma sfi-brante, eppure volevo anche continuare, curiosa di ciò che sarebbe seguito, smaniosa di immergere questa nuova me stessa nella luce della luna.

Restai un poco a cullarmi nell' aria fresca della notte, nata a metà ma già consapevole del mio nuovo corpo, finche qualche istinto selvaggio e travolgente non mi ordinò di portare a termine quel che avevo cominciato, e mi alzai in piedi guardando i fianchi che comparivano splendenti e delicatamente incurvati, liberando con un movimento rotatorio il ciuffo ricciuto del pube, estraendo il sedere e la coda schioccante dall' utero trasparente che mi stava generando ed infine scavalcando prima con uno poi con l' altro piede la mia esistenza passata. Mi svegliai che il sole era già alto, l' aria era tiepida ed i profumi delle frutta autunnali mi stuzzicavano i baffi.

La notte appena trascorsa sembrava un lungo sogno inverosimile, ma le zampe brune e la figura affusolata non erano un' illusione. La Muta era avvenuta, ed ora ero UNA Mri.

Mi alzai in piedi in mezzo al nido grigio e piumoso del mio vecchio manto rivolgendogli un ultimo sguardo nostalgico e lo abban-donai in mezzo al fogliame Il mondo era lo stesso, ma ora lo guardavo con occhi nuovi e mi commuoveva la bellezza che fino a quel momento non avevo saputo vedere. Tanto avevo corso per raggiungere il luogo della mia Muta, tanto esplorai con lentezza il bosco quella mattina, soffermandomi su ogni stelo, su ogni goccia di ru-giada, su ogni insetto, rincorrendo con lo sguardo i semi trasportati dal vento, giocando a cercare quanti più odori diversi riuscissi a trovare.

Improvvisamente, avvertii uno scalpiccio. Fulminea come non ero mai stata mi acquattai dietro un cespuglio di felci, le orecchie piatte ed i baffi protesi ad ascoltare la mia preda. Il fiuto mi diceva che era qualche piccolo roditore, un coniglio o un topo muschiato, e che era vicino, forse dietro quel tronco davanti a me. Il vento soffiava mite accarezzandomi la schiena nel senso del pelo e disperdendo il mio odore dietro di me. Pazientemente, aspettai che la piccola preda fosse visibile. Sì, eccola lì, inconsapevole ed indaffarata a pulirsi il musetto marrone con gesti nervosi. Attesi ancora, avvertendo ogni muscolo che si tendeva pronto allo scatto, raccolsi la tensione nelle zampe posteriori, mi preparai a snudare gli artigli, battei un'ultima volta le palpebre e spiccai il balzo. La bestiola non si accorse nemmeno di morire. Con un' unica mossa atterrai accanto ad essa, l'afferrai tra le unghie, addentai il minuscolo collo e lo spezzai. Il sapore del sangue mi invase la bocca, e l'atavico istinto della caccia invase le mie vene. La prima preda della mia vita da cacciatrice. Entrai nel villaggio con il corpicino esanime del roditore tra i denti. Mia madre, mio fratello e mio padre mi stavano aspettando al limitare del villaggio, sorridendo con fierezza, e il resto della Gente che in quel momento si trovava fuori della propria tana mi guardava in silenzio, com' era costume quando qualcuno tornava dalla Muta, ma percepivo perfettamente la domanda inespressa di ciascuno di loro, anzi, un fanciullo la formulò ingenuamente ad alta voce prima che sua madre lo zittisse con una zampata: - A chi sta portando il suo dono di nozze, mamma?-

Siri era davanti all' entrata di casa sua, accoccolata tranquil-lamente in un morbido anello di pelo nero mi scrutava da sopra la coda folta. Con gesto solenne deposi la cacciagione ai suoi piedi e chinai il capo. Un mormorio si levò dalla Gente attorno a noi, ma la mia mente immersa nella gioia di quell' attimo tanto atteso non se ne rese conto, finche Siri afferrò il mio dono fra i denti, indicando che la proposta era stata accettata e i mormorii si tramutarono in moti di aperto dissenso. Siri ed io ci guardavamo negli occhi, incantate l' una dall' altra, finalmente comprendendo la grandezza di quello che era successo ad entrambe, mentre la Gente rumoreggiava attorno a noi. Infine, mia madre venne accanto a noi, mi diede una zampata in pieno muso come quando ero un cucciolo e mi disse quasi soffiando: - Non puoi fare questo, Mri! Tu sei UNA, lei è UNA. Scegliti qualcun altro. Scegliti un maschio. -

Siri ed io ci guardammo come se mia madre si fosse appena espressa in un idioma sconosciuto. Riuscii solo a scuotere il capo e a bisbigliare : - Che importa, lei è la mia Promessa... - Questa volta mia madre snudò gli artigli, lasciando tre lunghe strisce rosse sul mio muso stupito: - Che cosa dici, Mri? Tu torni adesso dalla Muta, non puoi avere già una Promessa, non sei nata che poche ore fa. Devi prima sapere se sei UNA o UNO, poi puoi legarti a qualcuno. Come fai altrimenti a sapere se quello che hai scelto è appropriato? - Lo sa il mio cuore per me, mamma. Credevo fosse così che va.- dissi leccandomi le ferite.

Siri mi guardava con comprensione, mentre la Gente si era zittita, anche se decine di orecchie erano tese per captare ogni parola di quello che veniva detto. Improvvisamente, mia madre mi voltò le spalle ed andò a sedersi accanto a mio fratello e a mio padre, lontana da me, senza guardarmi. Poi si alzò in piedi, emise un lungo lamento acuto e si girò a guardarmi: - Io non posso decidere per te, figlia mia,- disse con voce tremante, e il timore palpitava nella sua voce- ormai tu sei UNA, e sei padrona di te stessa. Questa è l' ultima volta che posso parlarti da madre, come se tu fossi ancora un cucciolo, e voglio che tu sappia che non capisco la tua scelta, ne ho paura, ma non permetterò che la Gente ti disprezzi per questo. Tu sei mia figlia, sei della Gente e se la Gente ti disprezzerà dovrà disprezzare anche me. In quanto UNA, io sono il tuo specchio, come tuo padre lo è per tuo fratello, e non esiterò mai a specchiarmi in te, anche se la gente non accetterà questa scelta. -

Era la formula rituale. Mia madre mi stava accettando, ignorava tutti i suoi timori e mi tendeva la mano anche se ero anomala. Credo che fosse la prima volta da quando avevo acquisito la facoltà di ragionare, che vedevo mia madre compiere un atto al di fuori del costume, schierandosi a fianco di una figlia al di fuori della civiltà, avrei amato tutta la vita quelle unghiate, perchè erano il colpo definitivo che mia madre infergeva alla sua paura. Ora sapevo che mia madre era diversa dall' ottusa Gente adulta che mi circondava, non l'avevo mai ammirata tanto in vita mia.

Restava il nodo della scelta che imponevo alla mia promessa. Non sapevo quale sarebbe stato il verdetto del Consiglio, perchè un verdetto ci sarebbe stato, magari anche la sera stessa. La gente non sarebbe rimasta ferma a guardarci e ad ascoltarci a lungo. Lo stato di stupore che li aveva impietriti si sarebbe presto dissolto in un sacro sdegno o in condiscendenza superiore o in chissà quale altro giudizio emesso al bagliore del falò del Consiglio.

Non volevo che Siri venisse tacciata della mia stessa stravaganza, magari esiliata dalla Radura o misconosciuta dalla Gente per causa mia, ma la scelta spettava ormai solo più a lei. Mi voltai verso di lei con sguardo interrogativo e Siri, per tutta risposta si accoccolò accanto a me, mangiò il piccolo topo che le avevo portato, si leccò il muso con cura, mi sorrise e ci allontanammo l' una accanto all'altra verso il folto del bosco.