RIME E RITMI DI RADCLYFFE HALL(1)

Nerina Milletti



RHYMES AND RHYTHMS fu pubblicato postumo nel novembre 1948 in una'edizione di sole 500 copie numerate a Milano, nelle Edizioni dell'Orsa Maggiore.

Con testo a fronte, questo raro volume di 153 pagine, tradotto da Mimi Oliva Lentati porta allegata una splendida fotografia dove "John" (Radclyffe Hall), già sulla cinquantina, è di profilo, con camicia a righe, cravatta e giacca maschile. Non vediamo se indossa i pantaloni, che comincerà a portare solo dopo gli anni '30. Oltre alla sigaretta e agli occhiali con lenti rotonde e montatura scura, esibisce anche una catenina d'oro al polso destro e ben tre anelli (uno enorme, a cabochon sull'anulare destro, uno più piccolo sul mignolo destro, ed una fede all'anulare sinistro). Questi oggetti dovevano essere molto cari all'autrice de Il pozzo della solitudine, dato che da una certa epoca in poi compaiono in quasi tutte le foto e le caricature che la ritraggono.

Per capire il significato della dedica ("Dedicated to Our Three Selves", "Dedicato ai nostri tre sé stessi"), che comparirà in tutti i suoi libri a partire dal 1926, dobbiamo sapere qualcosa della sua vita. Infatti questi "tre sé" sono lei, l'autrice, e le due donne più importanti della sua vita: "Ladye" (Mabel Veronica Batten), la sua prima amante, morta nel 1915, con la quale fu poi convinta di poter comunicare attraverso una medium, e Una Troubridge, con cui visse per 28 anni.

La breve nota introduttiva dell'editore afferma che le poesie sono inedite. Che queste poesie non fossero state mai pubblicate prima (e non lo siano mai state) nemmeno in Inghilterra è plausibile, visto che secondo Michael Baker(2), il biografo di Radclyffe Hall, l'ultimo libro di poesie pubblicato dalla scrittrice risale al 1915, mentre almeno due poesie sono posteriori, datate 1918.

Nella traduzione il soggetto è sempre considerato maschile, eccetto che in una canzone rivolta ad un chitarrista cieco, e in "The Wanton", tradotto come "La scapestrata", di cui riporto l'ultima bellissima strofa:

"Mi chiamano scapestrata! Che possono sapere
Della via che prendemmo e la notte che era,
E il senso che tanto giusto fosse
Abbracciarci là, baciarci là,
Timorosi di ciò che avremmo là perduto?
Oh, confusa io sono, cattiva io sono,
E tuttavia così stupendamente lieta io sono!"

"They call me wanton! What can they know
Of the way we took and the night it was,
And the feeling that so right it was
To be clasping there, to be kissing there,
Afraid of what we'd be missing there?
Oh, it's shamed I am, and it's bad I am,
And yet so wonderfully glad I am!"

Il libro è diviso in cinque sezioni:
  • "Rime e ritmi". Molti i riferimenti a viaggi fatti in America, Germania e Italia prima di conoscere Una Troubridge; "The Whip Poor Will", ("Il nottolone") è invece dedicato a quest'ultima.
  • "Canzoni degli Stuart". Qui "La canzone che la Regina una volta cantò,
    Quando era assai giovane, / E tanto, oh, tanto tempo fa, io ero il suo innamorato" ci fa pensare al finire del suo rapporto con Ladye, quella "ladye" a cui sembra alludere nei versi seguenti: "Hey rowanberry, the berry mid the green / My love she is a ladye, my love she is a Queen".
  • "Altre canzoni delle tre contee". Aveva infatti pubblicato Songs of Three Counties and Other Poems (Canzoni delle tre contee ed altre poesie) nel 1913. Anche in questa sezione si possono rintracciare riferimenti autobiografici, come in "Change", ("Vicissitudini") che descrive le colline di Malvern, nel Worcestershire, dove per qualche anno ebbe una casa.
  • "Canzoni delle isole Canarie". Un'introduzione della stessa Radclyffe ci dice che i versi sono ricavati da ricordi di giorni felici, e che se fosssero stati scritti in spagnolo avrebbero dovuto accompagnarsi alla strana musica in tono minore di quel popolo; dobbiamo infatti ricordare che molte sue poesie furono musicate e divennero canzoni. Visitò Tenerife nel 1909 e nel 1910 insieme a Ladye, alla quale probabilmente fa riferimento ad esempio quando parla di una donna con un pappagallo (quello di Mabel si chiamava "Cocky").
  • "Ultimi versi". Una nota ci informa che la poesia "An Easter Hymn" ("Inno di Pasqua"), l'unica di questa sezione, fu trovata tra le carte di Radclyffe Hall dopo la sua morte.

    Tra la cinquantina di poesie di questa raccolta, ne ho scelto due, molto diverse ma entrambe sottilmente ironiche. La prima, senza titolo, ha l'asciuttezza di un'epigramma:

    "Tu sei infida, mia audace Anita,
    Che vanti la beltà delle tue labbra sorridenti.
    Bada che io non debba umiliare la loro scarlatta bellezza
    con il rosso ancor più vivo del tuo sangue!"

    "You are a faithless one, my bold Anita,
    Flaunting the beauty of your smiling lips.
    Take care, lest I should shame their scarlet beauty
    With the still brighter scarlet of your blood!"

    La seconda, deliziosa poesia, è "Gente cara alle fate" ("People the Fairies Like"), la cui traduzione non rende purtroppo assolutamente merito all'originale: "Bisogna aver passato almeno i quaranta per credere nel regno delle fate
    Bisogna aver passato almeno i quaranta, uomo o donna per la via.
    Bisogna portare un ombrello o un pacco nella mano,
    Ed ai piedi aver stivali, scarpette, o meglio ancor galosce.
    I piedi nudi dispiacciono alle fate,
    E del pari i drappeggi e le ghirlande.
    E le fate detestan l'evidenza,
    Mi si dice che detestan l'evidenza nell'abito o nella rima.
    Quanto esse amano è la gente operosa
    Che non si adorna per incontrarle,
    Che non puo adornarsi per incontrarle, perchè non ha tempo.
    Per credere veramente alle fate bisogna andare a Kew la domenica
    In omnibus con i parenti propri... e fors'anche della moglie;
    Bisogna pagare il conto del macellaio e del droghiere il lunedì,
    E magari sturar l'acquaio e riparare il campanello della porta di servizio.
    Le automobili disgustano le fate,
    Ed anche certi lussi come l'idraulico.
    Queste cose son tutte troppo evidenti,
    E le fate detestan l'evidenza.
    Mi si dice che detestan l'evidenza nei mezzi o nella rima.
    Quanto esse amano è la gente paziente
    Che non va lontano per trovarle,
    Che non va lontano per trovarle, perchè non ha tempo."

    "You must be at last past forty to believe in fairyland,
    You must be at least past forty, man and woman in the street.
    You must carry an umbrella or a parcel in your hand,
    And wear boots, low shoes, or preferably goloshes on your feet.
    Bare feet annoy the fairies,
    So do draperies and garlands.
    These things are all too obvious,
    I'm told they hate the obvious in dressing or in rhyme.
    What they like are busy people
    Who don't dress up to meeet them,
    Who can't dress up to meet them, because they havent't time.
    To believe at all in fairies you must go to Kew on Sundays
    In a bus wiluxuries like plumbers.
    These things are all too obvious,
    And fairies hate the obvious,
    I'm told they hate the obvious in riches or in rhyme.
    What they like are patient people
    Who don't go far to find them,
    Who can't go far to find them, because they havent't time."

    Ed infine, non solo perchè ambientato in Italia(3), un brano pieno di rimpianto da "La piccola città" ("The Little Town"): "Vorrei trovare un nome malioso
    Che noi più non sappiamo.
    Qual era il nome ch'io ti davo
    Allorché s'era innamorate, tu ed io,
    E ci amavamo un tempo in Italia
    Trecent'anni fa?"

    "I want to find a charming name
    That we no longer know.
    What was the name I called you by
    When we were lovers, you and I,
    And loved awhile in Italy
    Three hundreds years ago?"


    NOTE:

    1. pubblicato nel 1994. "Rime e ritmi di Radclyffe Hall", in: Quir: mensile fiorentino di cultura e vita lesbica e gay, e non solo..., 9: 29-30.

    2. Michael Baker, 1985. Our Three Selves: A Life of Radclyffe Hall. London: GMP.

    3. Radclyffe Hall viaggiò molto in Italia. A Firenze venne prima con Ladye nel 1914, poi con Una Troubridge (quest'ultima aveva dei cugini, i Tealdi, che ci abitavano) nell'inverno 1921/22. Stettero all'hotel Albion, e visitarono tra l'altro Orsammichele, Settepassi, via della Vigna Nuova e l'ospedale degli Innocenti; la nostra città divenne così per loro "our Florence". Infine ci tornò due volte con Una e Souline (l'ultima donna di cui si innamorò). Nel 1937 abitarono per qualche settimana all'hotel Gran Bretagna, poi al secondo piano di Lungarno Acciaioli 18, con vista sul Ponte Vecchio, e frequentarono sicuramente i bar Doney e Giacosa. Nel 1938/39 presero in affitto un secondo piano di Via de'Bardi, con soprastante loggia e bagno in marmo nero. Nel 1949 Una Troubridge tornerà da sola a Firenze dopo la morte di "John", avvenuta a 73 anni nel 1943, ed abiterà per diversi anni in un appartamento con giardino di Palazzo Guicciardini. Sul campanello di casa però si ostinò a scrivere ancora: "Radclyffe Hall - Una Troubridge".